Volevo nascondermi: recensione del film con Elio Germano

Volevo nascondermi: recensione del film con Elio Germano

Uno sguardo spaurito, un occhio che affiora da sotto una coperta. Simboli di un uomo irrequieto, costantemente in bilico fra la diffidenza per il prossimo e il bisogno di osservare, e di trasformare quella osservazione in arte. Si apre così Volevo nascondermi, ultimo lavoro di Giorgio Diritti incentrato sul celeberrimo pittore e scultore Antonio Ligabue, a cui presta il volto e il corpo un sontuoso Elio Germano, premiato per la sua performance con il prestigioso Orso d’argento per il miglior attore dell’ultima Berlinale. Un’opera che ha purtroppo incrociato il suo cammino con quello della pandemia in corso, che ne ha fortemente limitato la visibilità in sala, ma che a partire dal 19 agosto torna al cinema, grazie a 01 Distribution. Un’occasione in più per apprezzare un ritratto di artista denso e tormentato, decisamente suggestivo nonostante un accumulo di spunti e avvenimenti che ne limita  l’efficacia.

Volevo nascondermi: l’ineludibile instabilità di Antonio Ligabue

Volevo nascondermi

Attraverso una struttura temporale non lineare, seguiamo la vita di Antonio, per gli amici Toni, segnata da disturbi fisici (il rachitismo che gli causa movimenti bruschi e una postura sgraziata), turbe psicologiche (attacchi d’ira e autolesionismo) e un carattere schivo e taciturno. Problemi che, sommati a un’atavica difficoltà nel comunicare, dovuta alla sua nascita in Svizzera e al suo successivo trasferimento a Gualtieri, in Emilia, lo portano a entrare e uscire più volte dagli istituti psichiatrici. Ma in mezzo a solitudine, povertà e tristezza, ci sono anche sprazzi di irrefrenabile bellezza. L’arte scaturisce naturalmente dalle mani di Ligabue, che da scrupoloso artigiano della scultura e della pittura affina continuamente le proprie qualità, prendendosi diverse rivincite su chi lo isolava o lo derideva. Con doveroso cinismo e invidiabile lucidità, Volevo nascondermi indugia però sull’ineludibile instabilità di Toni, incapace di accettare un rifiuto, insofferente alla tensione e naturalmente portato all’autodistruzione.

Proprio come il soggetto dell’opera, Volevo nascondermi conquista con momenti di travolgente bellezza, sostenuto da uno strepitoso Elio Germano, che non si limita alla mimesi, ma si abbandona anima e corpo ad Antonio Ligabue, cesellando i suoi lati più cupi e repellenti con lo sguardo torvo, coi gesti rozzi e con una voce in perenne bilico fra il borbottio e il grido di rabbia. I problemi sorgono però nel momento in cui occorre tirare le fila e incanalare le svariate suggestioni in un racconto coeso e unitario. Troppo spesso si ha la sensazione che sia lo stesso Volevo nascondermi, proprio come Toni, a perdersi in un ginepraio di pensieri contrastanti, di traumi mai superati e di ossessioni solamente dichiarate, ma mai vissute, con il soggetto preferito delle rappresentazioni di Ligabue, cioè gli animali, chiamato troppo spesso a colmare i vuoti, in un’esplicita e ripetuta analogia con l’animo dell’artista.

Volevo nascondermi e l’incertezza nella caratterizzazione

Volevo nascondermi

Volevo nascondermi appare troppo spesso incerto sulla caratterizzazione da dare a Ligabue. Genio sregolato? Folle con un talento innato? Reietto della società in cerca di riscatto? Toni è tutte queste cose insieme, ma al contrario di ciò che sosteneva Totò, stavolta la somma non fa il totale. E questo retrogusto di potenziale inespresso è un peccato, perché Diritti dimostra a più riprese rispetto e padronanza della materia trattata, riuscendo nuovamente, dopo il suo capolavoro L’uomo che verrà, a catturare l’attenzione dello spettatore con un’opera in larga parte sottotitolata (la lingua madre tedesca di Toni si mescola con il dialetto emiliano) e a fotografare con realismo e naturalezza usi e costumi della pianura padana della prima metà del ‘900, sulle orme di Bernardo Bertolucci e Pupi Avati.

In mezzo a tanto non detto (il processo artistico di Toni, le entità delle sue entrate e delle sue uscite economiche, il suo sostentamento prima del successo, il suo irrisolto rapporto con le donne), Volevo nascondermi riesce però a lanciare un importante messaggio di normalizzazione della malattia mentale, rappresentata sempre con dolorosa e appassionata limpidezza e mai in modo caricaturale. A emergere è inoltre il fragile equilibrio fra i dolori dell’anima di Ligabue, perennemente in fuga dagli altri e da se stesso, e la sua arte, solo apparentemente sullo sfondo, ma in realtà salvifico nascondiglio in cui rifugiarsi e ritrovarsi. Una visione certamente parziale, soprattutto se paragonata allo sceneggiato del 1977 Ligabue, con protagonista Flavio Bucci, ma anche un modo personale e autoriale con cui rappresentare un’esistenza capace di sfuggire a ogni tentativo di classificazione.

Un antesignano dei freak

Pur scegliendo una strada difficile e per certi versi non appagante, che punta i riflettori più sull’uomo che sull’artista, più sugli attimi che sul racconto, Volevo nascondermi rende giustizia a un antesignano dei freak, che, con modi ispidi e uno stile tanto semplice quanto efficace, in un’Emilia paciosa e triviale, è riuscito a lasciare un segno indelebile nelle storia dell’arte e a ottenere un’imperitura memoria.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Giorgio Diritti rende giustizia alla complessa figura di Antonio Ligabue, mettendo molta, forse troppa, carne al fuoco e affidandosi totalmente all’estro di un sontuoso Elio Germano.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.