WandaVision: recensione della serie Disney+ con Elizabeth Olsen

WandaVision: recensione della serie Disney+ con Elizabeth Olsen

Il lutto è un sentimento ineffabile e paradossale. Può spingerci ad accogliere il conforto dei nostri cari, ma anche a chiuderci in noi stessi, a crogiolarci nel nostro stesso dolore. Il lutto è lancinante sofferenza, ma contemporaneamente un sorprendente stimolo per la nostra mente. La perdita di un nostro affetto ci porta infatti a ricordare emozioni e avvenimenti, a rielaborarli sotto un’altra prospettiva e anche ad abbandonarci a suggestioni, a fantasie, ai più classici what if, che purtroppo non possono più avverarsi. Il lutto è quindi anche un motore per la creazioni di mondi e di storie, che esistono solo nella nostra mente, ma in qualche modo leniscono il nostro sconforto. L’elaborazione del lutto sul piccolo o sul grande schermo non è più un tabù, ma è difficile non rimanere spiazzati dal fatto che una delle più riuscite riflessioni sul tema arrivi dalla Marvel, con la serie Disney+ WandaVision.

Nel mondo pre COVID-19, ci eravamo congedati dal Marvel Cinematic Universe con Spider-Man: Far from Home, ma soprattutto con l’epico Avengers: Endgame, capace di chiudere un’era dell’intrattenimento e di infondere al pubblico di tutto il mondo la sensazione di essere vicini a una svolta epocale, presagio poi avveratosi nel peggiore dei mondi, con la pandemia ancora in corso. La chiusura di un cerchio che diventava anche apertura per l’esplorazione di vecchi e nuovi personaggi, penalizzati dalla narrazione corale di questi imponenti blockbuster. È questo il caso di Black Widow, ruolo che Scarlett Johansson riprenderà per un film stand-alone, ma anche di Wanda Maximoff, distrutta dopo la perdita dell’amato Visione. Con una scelta ardita ma vincente, Marvel è ripartita proprio da quest’ultima, inaugurando il suo nuovo corso con una serie che è al tempo stesso origin story, metatelevisione e base per le prossime avventure di questo universo.

WandaVision: lo spettacolo della Marvel fra lutto, ossessione e metatelevisione
WandaVision

Nei primi minuti di WandaVision, ci ritroviamo catapultati in una sitcom anni ’50, chiaramente ispirata al celeberrimo The Dick Van Dyke Show. Wanda e il defunto Visione vivono nell’idilliaca realtà della cittadina di Westview, cercando di tenere nascosti ai concittadini i loro superpoteri. Fra le classiche risate registrate e le bizzarre situazioni che si vengono a creare per mantenere i segreti della coppia, lo spettatore comincia a porsi le più disparate domande: dove siamo? Quando siamo? Tutto ciò che stiamo vedendo è reale? E se sì, come è collegato ai poteri magici e mistici di Wanda?

Abituati ad anni di binge watching, Marvel e Disney ci hanno costretto, come già aveva fatto The Mandalorian, ad assaporare il mistero settimana dopo settimana, a mettere in ogni episodio qualche tassello del puzzle al proprio posto, ad assistere a un andirivieni di risposte e ulteriori domande. Un rito di visione ed elaborazione collettiva che ci fa viaggiare nel tempo e nella storia della televisione, passando per Il Trono di Spade, riportandoci alla mente le elucubrazioni su Lost e conducendoci infine dove la moderna televisione di qualità è nata, cioè a Twin Peaks, che pur muovendosi in territori diametralmente opposti a quelli della Marvel, condivide con la Westview di WandaVision il senso di inquietudine che si prova visitandola e i raffinati espedienti metatelevisivi di cui è infarcita la narrazione.

WandaVision e la storia delle sitcom americane

WandaVision

WandaVision non è solo un toccante viaggio nel passato e nella mente della sua protagonista, ma anche un’acuta esplorazione della storia della televisione americana, che gioca in maniera divertita e divertente con gli stereotipi e le convenzioni narrative a cui ci siamo abituati nel corso degli ultimi decenni. Un meccanismo esplicitato dal percorso temporale che viene fatto (dagli anni ’50 ai giorni nostri), dagli espliciti rimandi a pietre miliari della comicità televisiva (come Strega per amore, I Jefferson, La famiglia Brady, Casa Keaton, Genitori in blue jeans, fino ad arrivare alle più recenti Malcolm, The Office e Modern Family) e dalle stesse dinamiche degli episodi.

Dai costumi ai titoli di testa, passando per i movimenti di macchina e per le inquadrature, tutto è minuziosamente ricostruito dagli autori e dal cast tecnico per solleticare i nostri ricordi e per affiancare alla narrazione una riflessione su ciò che siamo abituati a vedere sul piccolo schermo.

Le puntate di WandaVision sono inframezzate da finte inserzioni pubblicitarie, calibrate sul periodo di riferimento e spesso connesse in qualche modo al Marvel Cinematic Universe, sono intitolate con frasi ormai parte dell’immaginario collettivo (Filmed Before a Live Studio Audience, We Interrupt This Program, Previously On, The Series Finale) e sfruttano in maniera creativa i tanti artifici narrativi alla base della costruzione delle stagioni di una sitcom. Abbiamo quindi l’episodio speciale di Halloween, in cui Wanda e Visione sfilano con splendidi e iconici costumi, per la doppia gioia degli appassionati di fumetti Marvel e dei collezionisti di gadget e action figure, la puntata in cui le atmosfere ovattate della serie vengono messe temporaneamente da parte per concentrarsi su quello che accade fuori da Westview, e soprattutto lo splendido episodio sulle origini di Wanda Previously On, immancabilmente banalizzato come “spiegone” da molti commentatori seriali.

Fra The Truman Show e Pleasantville

WandaVision

La creatrice di WandaVision Jac Schaeffer e il regista di tutti gli episodi Matt Shakman (già dietro alla macchina da presa in diversi episodi di alcuni degli show più conosciuti e amati degli ultimi 20 anni, da Six Feet Under a Il Trono di Spade) ribaltano inoltre questo gioco di rimandi e citazioni verso lo spettatore, dilettandosi a sviare la nostra attenzione e a depistarci.

Prima di svelare completamente la sua natura intima e umana, WandaVision strizza così l’occhio a opere come The Truman Show e Pleasantville (dichiarate ispirazioni della serie), ci mostra la temibile Agatha Harkness, ritardando il più possibile il suo svelamento, e si fa beffe delle teorie dei fan, mettendo in bocca alla Darcy Lewis di Kat Dennings battute sulla cultura pop, flirtando con il multiverso con la presenza di Evan Peters nel ruolo di Pietro Maximoff (almeno per ora senza conseguenze di rilievo) e lasciandoci presagire un sorprendente cameo, che invece non è arrivato.

Dal momento che WandaVision è a sua volta un episodio del più importante esperimento seriale crossmediale dei giorni nostri, cioè il Marvel Cinematic Universe, non può inoltre esimersi dal porre le basi per quello che vedremo nei mesi e negli anni a venire. La Monica Rambeau della rivelazione Teyonah Parris crea così una possibile sottotrama che porta a Captain Marvel, la definitiva trasformazione di Wanda in Scarlet Witch apre a ripercussioni importanti per l’intero universo e soprattutto si prepara il terreno per Doctor Strange nel Multiverso della Pazzia, nel quale con ogni probabilità confluiranno molte delle storie che ci hanno emozionato.

Wanda siamo noi

A rendere WandaVision un gioiello della serialità contemporanea non sono soltanto l’impressionante serie di omaggi e citazioni, le immancabili sequenze d’azione con sontuosi effetti speciali in pieno stile Marvel (che prendono il sopravvento soprattutto negli ultimi episodi) o la formidabile interpretazione di Elizabeth Olsen, che sfrutta alla perfezione l’occasione di dimostrarsi attrice di altissimi livello, spaziando con sconcertante facilità dai ritmi della sitcom a sfumature più cupe e drammatiche. La prima serie del nuovo corso della Marvel riesce infatti anche a fotografare, volontariamente o meno, lo spirito attuale dell’intera popolazione mondiale, alle prese con un evento dalla portata psicologica paragonabile ai due schiocchi di dita di Thanos e Tony Stark che abbiamo visto in Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

L’elaborazione del lutto di Wanda e il palpabile disagio dei personaggi secondari, tutti in qualche modo alle prese con un passato spezzato e con un futuro incerto, si connettono a un livello intimo e profondo con il nostro trauma, spingendoci a riflettere sul potere salvifico della fantasia e dell’intrattenimento, ma anche sui rischi derivanti dall’ossessione per qualcosa che non può più tornare. Ognuno a suo modo, siamo tutti come la piccola Wanda, che vediamo rintanata in 4 anguste mura intenta a consumare il meglio della comicità televisiva americana per non pensare al suo spaventoso presente, ma corriamo anche il pericolo di intraprendere il suo stesso percorso e di rifugiarci in una plastica e artificiosa riproduzione del passato, mescolata con i nostri desideri più forti, purtroppo non sempre raggiungibili.

Il ruolo di Visione in WandaVision

Il tema del ricordo è pregevolmente sfruttato da WandaVision anche nell’altra componente di questo improvvisato duo comico, che rischia di essere oscurata dallo straordinario lavoro su Wanda. Con un’ottima prova in sottrazione, anche Paul Bettany riflette con il suo Visione molte delle angosce contemporanee, sfondando addirittura i confini della metafisica con il suo dotto rimando al paradosso della nave di Teseo. Proprio come il Jim Carrey del già citato The Truman Show, ritroviamo Visione dopo la sua morte alle prese con una rivisitazione in chiave moderna del mito della caverna, imprigionato in una realtà costruita su misura per lui e senza ricordi del percorso fatto per arrivarci. Quante volte ci siamo sentiti come lui, alle prese con una realtà che ci appartiene e incapaci di capire come ci siamo finiti e soprattutto come sia possibile rompere i muri della nostra personale Westview?

Attraverso l’utilizzo di quello che è stato soprannominato Visione bianco, creato dallo S.W.O.R.D. utilizzando la struttura di quello distrutto da Thanos, WandaVision si spinge addirittura verso la fantascienza più filosofica, interrogandoci su un altro dilemma etico e morale, anch’esso con agganci alla nostra incerta esistenza. Chi è davvero Visione? Quello creato da Wanda attraverso i suoi più teneri ricordi e le sue più dolci aspirazioni d’amore, o quello che è fatto della sostanza di Visione, ma non ne contiene i ricordi? In altre parole, possiamo definirci veramente la stessa persona che eravamo, anche se negli anni abbiamo radicalmente cambiato la nostra forma, abbiamo sensibilmente modificato i nostri pensieri e la nostra stessa sostanza e fatichiamo sempre di più a trovare un appiglio nel nostro più lontano passato?

WandaVision come monito sulla perdita

WandaVision

WandaVision ci pone delle domande urgenti e profonde, guardandosi bene dal fornire delle risposte e lasciando ai draconiani paladini del risultato finale, come li chiamerebbe Stephen King, il contentino di uno scontro finale fra streghe che soddisfa la nostra sete di adrenalina, ma apre molte più porte rispetto a quelle che chiude. Perché il lutto, come ci insegna Wanda, non finisce con la sua accettazione, ma evolve, si trasforma. Sta a noi tenerlo vicino, farcene carico, lasciarci anche coccolare da esso, ma evitare di trasformarlo in un’ossessione e in un’insana riproduzione di ciò che non tornerà mai più.

Valutazione
9/10

Verdetto

Con WandaVision, Marvel e Disney+ sfornano un gioiello della serialità contemporanea, che in soli novi episodi riesce a collegare passato, presente e futuro del Marvel Cinematic Universe, a farci viaggiare nella storia della televisione americana e a toccare le nostre corde più intime, in un periodo fondamentale per la storia dell’umanità.

Marco Paiano

Marco Paiano