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WandaVision: recensione della serie Disney+ con Elizabeth Olsen

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Il lutto è un sentimento ineffabile e paradossale. Può spingerci ad accogliere il conforto dei nostri cari, ma anche a chiuderci in noi stessi, a crogiolarci nel nostro stesso dolore. Il lutto è lancinante sofferenza, ma contemporaneamente un sorprendente stimolo per la nostra mente. La perdita di un nostro affetto ci porta infatti a ricordare emozioni e avvenimenti, a rielaborarli sotto un’altra prospettiva e anche ad abbandonarci a suggestioni, a fantasie, ai più classici what if, che purtroppo non possono più avverarsi. Il lutto è quindi anche un motore per la creazioni di mondi e di storie, che esistono solo nella nostra mente, ma in qualche modo leniscono il nostro sconforto. L’elaborazione del lutto sul piccolo o sul grande schermo non è più un tabù, ma è difficile non rimanere spiazzati dal fatto che una delle più riuscite riflessioni sul tema arrivi dalla Marvel, con la serie Disney+ WandaVision.

Nel mondo pre COVID-19, ci eravamo congedati dal Marvel Cinematic Universe con Spider-Man: Far from Home, ma soprattutto con l’epico Avengers: Endgame, capace di chiudere un’era dell’intrattenimento e di infondere al pubblico di tutto il mondo la sensazione di essere vicini a una svolta epocale, presagio poi avveratosi nel peggiore dei mondi, con la pandemia ancora in corso. La chiusura di un cerchio che diventava anche apertura per l’esplorazione di vecchi e nuovi personaggi, penalizzati dalla narrazione corale di questi imponenti blockbuster. È questo il caso di Black Widow, ruolo che Scarlett Johansson riprenderà per un film stand-alone, ma anche di Wanda Maximoff, distrutta dopo la perdita dell’amato Visione. Con una scelta ardita ma vincente, Marvel è ripartita proprio da quest’ultima, inaugurando il suo nuovo corso con una serie che è al tempo stesso origin story, metatelevisione e base per le prossime avventure di questo universo.

WandaVision: lo spettacolo della Marvel fra lutto, ossessione e metatelevisione
WandaVision

Nei primi minuti di WandaVision, ci ritroviamo catapultati in una sitcom anni ’50, chiaramente ispirata al celeberrimo The Dick Van Dyke Show. Wanda e il defunto Visione vivono nell’idilliaca realtà della cittadina di Westview, cercando di tenere nascosti ai concittadini i loro superpoteri. Fra le classiche risate registrate e le bizzarre situazioni che si vengono a creare per mantenere i segreti della coppia, lo spettatore comincia a porsi le più disparate domande: dove siamo? Quando siamo? Tutto ciò che stiamo vedendo è reale? E se sì, come è collegato ai poteri magici e mistici di Wanda?

Abituati ad anni di binge watching, Marvel e Disney ci hanno costretto, come già aveva fatto The Mandalorian, ad assaporare il mistero settimana dopo settimana, a mettere in ogni episodio qualche tassello del puzzle al proprio posto, ad assistere a un andirivieni di risposte e ulteriori domande. Un rito di visione ed elaborazione collettiva che ci fa viaggiare nel tempo e nella storia della televisione, passando per Il Trono di Spade, riportandoci alla mente le elucubrazioni su Lost e conducendoci infine dove la moderna televisione di qualità è nata, cioè a Twin Peaks, che pur muovendosi in territori diametralmente opposti a quelli della Marvel, condivide con la Westview di WandaVision il senso di inquietudine che si prova visitandola e i raffinati espedienti metatelevisivi di cui è infarcita la narrazione.

WandaVision e la storia delle sitcom americane

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WandaVision non è solo un toccante viaggio nel passato e nella mente della sua protagonista, ma anche un’acuta esplorazione della storia della televisione americana, che gioca in maniera divertita e divertente con gli stereotipi e le convenzioni narrative a cui ci siamo abituati nel corso degli ultimi decenni. Un meccanismo esplicitato dal percorso temporale che viene fatto (dagli anni ’50 ai giorni nostri), dagli espliciti rimandi a pietre miliari della comicità televisiva (come Strega per amore, I Jefferson, La famiglia Brady, Casa Keaton, Genitori in blue jeans, fino ad arrivare alle più recenti Malcolm, The Office e Modern Family) e dalle stesse dinamiche degli episodi.

Dai costumi ai titoli di testa, passando per i movimenti di macchina e per le inquadrature, tutto è minuziosamente ricostruito dagli autori e dal cast tecnico per solleticare i nostri ricordi e per affiancare alla narrazione una riflessione su ciò che siamo abituati a vedere sul piccolo schermo.

Le puntate di WandaVision sono inframezzate da finte inserzioni pubblicitarie, calibrate sul periodo di riferimento e spesso connesse in qualche modo al Marvel Cinematic Universe, sono intitolate con frasi ormai parte dell’immaginario collettivo (Filmed Before a Live Studio Audience, We Interrupt This Program, Previously On, The Series Finale) e sfruttano in maniera creativa i tanti artifici narrativi alla base della costruzione delle stagioni di una sitcom. Abbiamo quindi l’episodio speciale di Halloween, in cui Wanda e Visione sfilano con splendidi e iconici costumi, per la doppia gioia degli appassionati di fumetti Marvel e dei collezionisti di gadget e action figure, la puntata in cui le atmosfere ovattate della serie vengono messe temporaneamente da parte per concentrarsi su quello che accade fuori da Westview, e soprattutto lo splendido episodio sulle origini di Wanda Previously On, immancabilmente banalizzato come “spiegone” da molti commentatori seriali.

Fra The Truman Show e Pleasantville

WandaVision

La creatrice di WandaVision Jac Schaeffer e il regista di tutti gli episodi Matt Shakman (già dietro alla macchina da presa in diversi episodi di alcuni degli show più conosciuti e amati degli ultimi 20 anni, da Six Feet Under a Il Trono di Spade) ribaltano inoltre questo gioco di rimandi e citazioni verso lo spettatore, dilettandosi a sviare la nostra attenzione e a depistarci.

Prima di svelare completamente la sua natura intima e umana, WandaVision strizza così l’occhio a opere come The Truman Show e Pleasantville (dichiarate ispirazioni della serie), ci mostra la temibile Agatha Harkness, ritardando il più possibile il suo svelamento, e si fa beffe delle teorie dei fan, mettendo in bocca alla Darcy Lewis di Kat Dennings battute sulla cultura pop, flirtando con il multiverso con la presenza di Evan Peters nel ruolo di Pietro Maximoff (almeno per ora senza conseguenze di rilievo) e lasciandoci presagire un sorprendente cameo, che invece non è arrivato.

Dal momento che WandaVision è a sua volta un episodio del più importante esperimento seriale crossmediale dei giorni nostri, cioè il Marvel Cinematic Universe, non può inoltre esimersi dal porre le basi per quello che vedremo nei mesi e negli anni a venire. La Monica Rambeau della rivelazione Teyonah Parris crea così una possibile sottotrama che porta a Captain Marvel, la definitiva trasformazione di Wanda in Scarlet Witch apre a ripercussioni importanti per l’intero universo e soprattutto si prepara il terreno per Doctor Strange nel Multiverso della Pazzia, nel quale con ogni probabilità confluiranno molte delle storie che ci hanno emozionato.

Wanda siamo noi

A rendere WandaVision un gioiello della serialità contemporanea non sono soltanto l’impressionante serie di omaggi e citazioni, le immancabili sequenze d’azione con sontuosi effetti speciali in pieno stile Marvel (che prendono il sopravvento soprattutto negli ultimi episodi) o la formidabile interpretazione di Elizabeth Olsen, che sfrutta alla perfezione l’occasione di dimostrarsi attrice di altissimi livello, spaziando con sconcertante facilità dai ritmi della sitcom a sfumature più cupe e drammatiche. La prima serie del nuovo corso della Marvel riesce infatti anche a fotografare, volontariamente o meno, lo spirito attuale dell’intera popolazione mondiale, alle prese con un evento dalla portata psicologica paragonabile ai due schiocchi di dita di Thanos e Tony Stark che abbiamo visto in Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

L’elaborazione del lutto di Wanda e il palpabile disagio dei personaggi secondari, tutti in qualche modo alle prese con un passato spezzato e con un futuro incerto, si connettono a un livello intimo e profondo con il nostro trauma, spingendoci a riflettere sul potere salvifico della fantasia e dell’intrattenimento, ma anche sui rischi derivanti dall’ossessione per qualcosa che non può più tornare. Ognuno a suo modo, siamo tutti come la piccola Wanda, che vediamo rintanata in 4 anguste mura intenta a consumare il meglio della comicità televisiva americana per non pensare al suo spaventoso presente, ma corriamo anche il pericolo di intraprendere il suo stesso percorso e di rifugiarci in una plastica e artificiosa riproduzione del passato, mescolata con i nostri desideri più forti, purtroppo non sempre raggiungibili.

Il ruolo di Visione in WandaVision

Il tema del ricordo è pregevolmente sfruttato da WandaVision anche nell’altra componente di questo improvvisato duo comico, che rischia di essere oscurata dallo straordinario lavoro su Wanda. Con un’ottima prova in sottrazione, anche Paul Bettany riflette con il suo Visione molte delle angosce contemporanee, sfondando addirittura i confini della metafisica con il suo dotto rimando al paradosso della nave di Teseo. Proprio come il Jim Carrey del già citato The Truman Show, ritroviamo Visione dopo la sua morte alle prese con una rivisitazione in chiave moderna del mito della caverna, imprigionato in una realtà costruita su misura per lui e senza ricordi del percorso fatto per arrivarci. Quante volte ci siamo sentiti come lui, alle prese con una realtà che ci appartiene e incapaci di capire come ci siamo finiti e soprattutto come sia possibile rompere i muri della nostra personale Westview?

Attraverso l’utilizzo di quello che è stato soprannominato Visione bianco, creato dallo S.W.O.R.D. utilizzando la struttura di quello distrutto da Thanos, WandaVision si spinge addirittura verso la fantascienza più filosofica, interrogandoci su un altro dilemma etico e morale, anch’esso con agganci alla nostra incerta esistenza. Chi è davvero Visione? Quello creato da Wanda attraverso i suoi più teneri ricordi e le sue più dolci aspirazioni d’amore, o quello che è fatto della sostanza di Visione, ma non ne contiene i ricordi? In altre parole, possiamo definirci veramente la stessa persona che eravamo, anche se negli anni abbiamo radicalmente cambiato la nostra forma, abbiamo sensibilmente modificato i nostri pensieri e la nostra stessa sostanza e fatichiamo sempre di più a trovare un appiglio nel nostro più lontano passato?

WandaVision come monito sulla perdita

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WandaVision ci pone delle domande urgenti e profonde, guardandosi bene dal fornire delle risposte e lasciando ai draconiani paladini del risultato finale, come li chiamerebbe Stephen King, il contentino di uno scontro finale fra streghe che soddisfa la nostra sete di adrenalina, ma apre molte più porte rispetto a quelle che chiude. Perché il lutto, come ci insegna Wanda, non finisce con la sua accettazione, ma evolve, si trasforma. Sta a noi tenerlo vicino, farcene carico, lasciarci anche coccolare da esso, ma evitare di trasformarlo in un’ossessione e in un’insana riproduzione di ciò che non tornerà mai più.

Overall
9/10

Verdetto

Con WandaVision, Marvel e Disney+ sfornano un gioiello della serialità contemporanea, che in soli novi episodi riesce a collegare passato, presente e futuro del Marvel Cinematic Universe, a farci viaggiare nella storia della televisione americana e a toccare le nostre corde più intime, in un periodo fondamentale per la storia dell’umanità.

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Luca: recensione del film Pixar di Enrico Casarosa

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Luca

Dopo il viaggio in Messico con Coco, la Pixar fa tappa in Italia e più precisamente nelle Cinque Terre, ambientazione dell’ultimo lavoro del celebre studio di animazione Luca. Un’opera diretta dall’italiano Enrico Casarosa (già autore del cortometraggio candidato all’Oscar La luna), dichiarato omaggio al Belpaese, ma anche toccante inno all’amicizia e alla diversità, arricchita dalla splendida fotografia di David Juan Bianchi e Kim White, che riesce a cogliere la magia della Riviera ligure e la suggestiva atmosfera dei fondali marini. Un lavoro che avrebbe indubbiamente meritato la sala e il grande schermo, ma che purtroppo possiamo vedere soltanto su Disney+ a partire dal 18 giugno, senza alcun costo aggiuntivo rispetto all’abbonamento alla piattaforma.

Luca: la magia della Pixar in un inno all’amicizia e all’Italia
Luca

Luca Paguro è un giovane e adorabile mostro marino, che vive sulla costa dell’immaginario borgo italiano Portorosso, a cavallo fra anni ’50 e ’60. I suoi genitori gli vietano categoricamente di risalire in superficie,  impauriti dall’astio degli umani nei confronti di queste creature in bilico fra realtà e fantasia. Come spesso accade, il divieto stimola la curiosità, e Luca si avventura sulla terraferma, dove fa la conoscenza di Alberto Scorfano, un mostro marino suo coetaneo che già da tempo ha deciso di vivere fuori dall’acqua. Fra i due nasce immediatamente una sincera amicizia, che si deve però confrontare con la diffidenza degli abitanti del luogo e con una particolare limitazione: fuori dall’acqua i mostri marini sembrano veri e propri umani, ma appena si bagnano riprendono le loro sembianze naturali.

Casarosa mette in scena un godibile e avventuroso racconto di formazione, distante per temi e atmosfere dalla recente trilogia Pixar sull’aldilà (aperta dal già citato Coco e proseguita con Onward – Oltre la magia e Soul) ma pienamente sintonizzato sulle corde emotive dello studio. Il soggetto strizza l’occhio a Il mostro della laguna nera e alla sua più recente declinazione La forma dell’acqua – The Shape of Water, dislocando in una ridente cittadina portuale tematiche sempre all’ordine del giorno come la diffidenza verso il diverso, la necessità di allargare i nostri confini fisici e mentali e l’adolescenza come tappa fondamentale per la crescita e la definizione dei futuri adulti.

Ma a fare la differenza non sono tanto i contenuti, tutt’altro che originali, e il pur notevole comparto visivo, quanto piuttosto l’esperienza personale dello stesso regista, che riversa in Luca la sua esperienza di crescita e formazione in Liguria, in bilico fra tradizioni e credenze consolidate e una geografia che la spinge ad aprirsi verso il prossimo e l’ignoto.

Nostalgia e cinefilia

Luca

Luca è infatti anche un nostalgico omaggio a un’Italia che non c’è più, costellato indubbiamente da numerosi stereotipi (la Vespa, le inflessioni dialettali, le trattorie e le innumerevoli citazioni cinematografiche) ma allo stesso tempo animato da una sincera passione verso territori, usanze e personalità fuori dal tempo, e perciò sempre valide e riconoscibili. Mentre si susseguono indimenticabili brani della nostra musica leggera (da Gianni Morandi a Mina, passando per Edoardo Bennato e Rita Pavone), viene a galla insieme al protagonista un vero e proprio fondamentale personaggio di Luca, l’estate italiana.

Non è necessario aver trascorso lunghi periodi di tempo nella Riviera ligure per compiere attraverso le immagini un tuffo nel passato, riassaporando i lunghi pomeriggi afosi (e solo apparentemente noiosi) della nostra adolescenza, la passeggiata in riva al mare col gelato e i tanti piccoli eventi che scandiscono i ritmi e le attività di una comunità, come la Portorosso Cup a cui Luca e Alberto partecipano insieme alla loro amica umana Giulia. Il lavoro di Casarosa segue così la scia di Chiamami col tuo nome (pur senza determinate sfumature sentimentali) e del precedente Io ballo da sola, scegliendo la provincia italiana come ambientazione di una fase di passaggio e di crescita. Facile poi riscontrare nell’intensa amicizia fra i protagonisti, opposti che si attraggono e si legano indissolubilmente, echi di un’altra opera che ha fatto dell’estate l’emblema di un ineludibile mutamento, Stand by Me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner.

Luca: un tenero racconto morale che ci sprona a dare il meglio di noi

Non mancano in Luca le ormai proverbiali stoccate sentimentali della Pixar, che in pochi secondi, con un gesto, un dialogo o uno sguardo riesce a virare bruscamente dalla commedia al dramma, toccando le più intime corde del nostro cuore con una sensibilità più unica che rara. Rispetto ad altri lavori dello studio, la carica emotiva di Luca non è altrettanto dirompente, soprattutto per la brusca risoluzione del confronto fra i protagonisti e i diffidenti cittadini di Portorosso, rappresentati dal campione sportivo locale Ercole Visconti, vero e proprio antagonista del racconto. La profondità dell’opera di Casarosa si schiude lentamente, continuando a scavare nell’animo dello spettatore anche dopo la visione, come succede quando tornano improvvisamente a galla i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza.

In un’epoca di barriere e isolamento, Luca sorprende per la leggerezza e la semplicità con cui riesce a trattare tematiche importanti, come l’integrazione, l’amicizia, l’importanza dell’immaginazione e la condizione di estraneità a un luogo o a una comunità, in cui chiunque si trova prima o poi nella vita. In pieno stile Pixar, questo tenero racconto morale ci invita a non lasciarci ingabbiare dai nostri presunti limiti e ci sprona a evolvere, come persone e come comunità, in una direzione più pacifica e rispettosa del prossimo. Tutto questo in un’Italia umile e sognante, lontana nel tempo ma in fondo sempre uguale a se stessa, nel bene e nel male.

Luca

Overall
7/10

Verdetto

Traendo il meglio da un pregevole impianto visivo e dai suggestivi scenari liguri, Luca mette in scena la magia dell’estate e dell’adolescenza, in un racconto morale che ci invita ad aprirci al prossimo e a evolvere.

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Loki: recensione in anteprima dei primi due episodi della serie Disney+

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Loki

Avevamo lasciato Loki ancora una volta in fuga, dopo aver fortunosamente sottratto il Tesseract agli Avengers al termine della battaglia di New York rivisitata in Avengers: Endgame, costringendo gli eroi a un lavoro extra per recuperare il manufatto. Con il Marvel Cinematic Universe di nuovo ai nastri di partenza dopo la pandemia, ritroviamo il Dio dell’Inganno in Loki, nuova serie Disney+ che porta il suo nome e che vede Tom Hiddleston protagonista assoluto, affiancato da Owen WilsonGugu Mbatha-Raw e Sophia Di Martino. Abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima i primi due episodi della serie, che debutterà il 9 giugno su Disney+, con pubblicazione a cadenza settimanale delle sei puntate totali.

Loki: la nuova serie Disney+, in viaggio nel tempo e nello spazio

Loki

Judge Renslayer in Loki. Photo by Chuck Zlotnick.

Ritroviamo Loki nuovamente prigioniero, stavolta della cosiddetta Time Variance Authority (TVA), organizzazione che opera lungo l’intero arco dello spazio-tempo, con il compito di garantire la stabilità della varie linee temporali. A occuparsi del caso del Dio dell’inganno è Mobius M. Mobius (Owen Wilson), agente dell’organizzazione che mette il temibile fratello di Thor davanti a un bivio dall’esito scontato: essere definitivamente distrutto o aiutare la TVA a riparare ai danni da lui stesso causati. Sfruttando la sua abilità di mutaforma, Loki comincia a viaggiare lungo il tempo e lo spazio, per fermare una minaccia a lui familiare.

Nel corso di un’intervista concessa a Empire, Kevin Feige ha dichiarato che Loki sarà lo show col maggiore impatto sul Marvel Cinematic Universe. Nonostante gli svariati spunti messi in campo da WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, i primi due episodi della serie sembrano dare ragione al direttore creativo dei Marvel Studios, dal momento che fin dai minuti iniziali dello show ci viene descritto con dovizia di particolari il non semplice meccanismo dei multiversi, che sarà alla base del futuro di questo universo narrativo. Partendo da solide fondamenta fantascientifiche, Michael Waldron imbastisce uno show dalle spiccate potenzialità comiche, esaltato da un sempre efficace Tom Hiddleston e dai suoi duetti con Owen Wilson, pienamente a suo agio nel ruolo di spalla. Al tempo stesso, la Marvel percorre la stessa strada già intrapresa da Disney con Crudelia, approfondendo le sfumature caratteriali di uno dei primi villain di questo universo.

L’egocentrismo di Loki come chiave narrativa dello show

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Owen Wilson in Loki. Photo courtesy of Marvel Studios.

L’egocentrismo di Loki diventa chiave narrativa della serie, che scandaglia i principali difetti del villain (uno su tutti, l’atavica inaffidabilità) e al tempo stesso lo umanizza, confermando di fatto l’adagio secondo cui gli antagonisti sono spesso molto più interessanti degli eroi. Quella che inizialmente può apparire come una sorta di rivisitazione in chiave Marvel della celebre serie sui viaggi temporali Quantum Leap (distribuita in Italia con il titolo In viaggio nel tempo) diventa con il passare dei minuti una vera e propria lotta del protagonista contro se stesso, sia in senso letterale (il Dio dell’inganno deve fare i conti con le altre sue emanazioni), sia dal punto di vista metaforico, con Loki forzato a confrontarsi con il suo modo di pensare e di agire in un percorso di presa di coscienza dei propri vizi e delle proprie opacità.

Nel corso della serie, Loki viene spesso chiamato con una parola che negli ultimi tempi sentiamo spesso, e quasi sempre con una connotazione negativa: Variante. I primi due episodi dello show ci mostrano però anche l’accezione più positiva di questa parola, con le svariate trasformazioni del villain che acquistano sempre più spazio all’interno delle dinamiche narrative e che con ogni probabilità, grazie al misterioso personaggio di Sophia Di Martino, diventeranno il fulcro per una riflessione moderna e tutt’altro che banale sull’identità. La variante Loki non è quindi solo un’anomalia temporale da comprendere e gestire, ma anche un essere vivente che muta e si trasforma radicalmente, anche se non ci è ancora dato sapere in quale direzione.

Fra commedia e fantascienza

Photo by Chuck Zlotnick.

Nei primi due episodi di Loki non mancano momenti divertenti, sequenze d’azione di buona fattura e anche qualche momento troppo bizzarro anche per uno show del genere, come la visita a Pompei in occasione dell’eruzione che distrusse la città. Attendiamo inoltre il proseguimento dello show per scoprire di più sui personaggi di Gugu Mbatha-Raw e Richard E. Grant, finora utilizzati col contagocce. Nonostante qualche passaggio a vuoto e le traiettorie ancora imprevedibili del racconto e del suo protagonista, Loki conferma l’altissima qualità delle serie Disney+, ormai colonne portanti del Marvel Cinematic Universe al pari dei progetti cinematografici, che presto torneremo a gustare sul grande schermo.

Overall
7.5/10

Verdetto

I primi due episodi di Loki pongono le basi per uno show in perfetto equilibrio fra commedia e fantascienza, in grado di umanizzare uno dei più temibili villain del Marvel Cinematic Universe.

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Crudelia: recensione del film con Emma Stone ed Emma Thompson

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Crudelia

Dopo la trasposizione animata del romanzo di Dodie Smith La carica dei 101 e il remake live-action con protagonista Glenn Close La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera, torna al cinema con Crudelia l’iconica villain Crudelia De Mon, che anche nell’adattamento italiano viene stavolta chiamata con il suo nome originario, cioè Cruella de Vil. A dare volto e corpo a questo celeberrimo personaggio è Emma Stone, protagonista di una vera e propria origin story che ci racconta la genesi e la trasformazione dell’antagonista per eccellenza dei cuccioli di dalmata che abbiamo conosciuto e amato. Crudelia è uno dei titoli di punta per la ripartenza della Disney ed è perciò distribuito in forma ibrida: dal 26 maggio in sala e a partire dal 28 maggio su Disney+, a pagamento con accesso VIP.

Crudelia: la nascita di una villain

Crudelia

Photo by Laurie Sparham. © 2021 Disney Enterprises

Fin dal momento della sua nascita, Estella de Vil è una persona speciale. I suoi capelli, naturalmente bianchi e neri, non sono infatti solo un riferimento alle caratteristiche macchie della razza canina con cui si confronterà da adulta, ma anche una stranezza da nascondere e al tempo stesso da abbracciare, simbolo della dualità del suo spirito. Dopo l’infanzia, segnata dalla ribellione e dal lutto, ritroviamo nella Londra degli anni ’70 la giovane Estella, in bilico fra il suo passato da piccola criminale e il suo talento per la moda. Il fortuito incontro con l’icona del settore, la Baronessa von Hellman (una sontuosa Emma Thompson) le permette di avere la sua grande chance come stilista. I fantasmi del passato non tardano però a riaffiorare e a fare emergere la sua parte malvagia. Estella si trasforma così in Cruella, la criminale senza scrupoli che abbiamo imparato a conoscere e temere.

Fin dalla pubblicazione del trailer, molti avevano avuto l’impressione di essere di fronte a un curioso ibrido fra Il diavolo veste Prada, celebre commedia ambientata nel mondo della moda con protagonista Anne Hathaway, e Joker, l’opera di Todd Phillips che ha brillantemente raccontato le origini dell’inquietante nemico di Batman, grazie anche alla strabiliante performance di Joaquin Phoenix. Per una volta, le prime impressioni coincidono perfettamente con quello che troviamo sullo schermo. E questo non è per forza un bene. È infatti evidente l’intento del regista Craig Gillespie (già dietro alla macchina da presa per gli acclamati Lars e una ragazza tutta sua e Tonya) di seguire la strada tracciata dalle due opere sopracitate, al punto che nel duplice ruolo di autrice della storia e di produttrice esecutiva troviamo Aline Brosh McKenna, che aveva già firmato la sceneggiatura di Il diavolo veste Prada.

Fra Joker e Il diavolo veste Prada

Photo by Laurie Sparham. © 2021 Disney Enterprises

Crudelia si trova a compiere un lavoro non facile: costruire un accettabile arco narrativo per Estella/Cruella, ribaltando le dinamiche classiche del romanzo di formazione, mantenere i toni della commedia cari a Disney, anche puntando sul mondo della moda, e trasformare un’accattivante outsider, con cui è facile entrare in empatia, nella cattiva per antonomasia, nemica giurata dei dalmata. Obiettivi che, al netto di qualche difetto, vengono tutti sorprendentemente raggiunti. Risultato che rende Crudelia uno dei live action Disney più convincente degli ultimi anni, anche e soprattutto dal punto di vista editoriale.

Gran parte del merito di questa impresa è delle performance delle due protagoniste, che nella parte centrale di Crudelia mettono in scena una godibile rimasticatura del duetto fra Meryl Streep e Anne Hathaway, a base di umiliazioni e stranezze, ma anche di crescita e apertura reciproca. Emma Stone rispolvera le doti brillanti su cui ha costruito la parte iniziale della sua carriera, mettendo la sua espressività al servizio di un personaggio sempre più eccentrico. Proprio come Meryl Streep, Emma Thompson è invece in perfetto equilibrio fra lo status di diva del suo mondo e il suo spregevole atteggiamento nei confronti di collaboratori e allieve. Per toni, atmosfere e lunghezza, questa fase del racconto rischia però più volte di mangiarsi il resto di Crudelia, togliendo spazio al bipolarismo della protagonista, evidente nella sua infanzia ma progressivamente accantonato, in nome di una più vaga sfumatura della sua personalità.

Crudelia: le strabilianti performance di Emma Stone ed Emma Thompson

Crudelia

Anche l’ambientazione nella Londra punk-rock anni ’70 è solamente accennata. A differenza del già citato Joker, il contesto sociale e culturale non appare determinante nella trasformazione della protagonista, che nei fatti è molto più consapevole e voluta di quanto saremmo portati a pensare. Rifacendoci alla storica critica a Shining di Stanley Kubrick firmata da Stephen King, secondo cui il lavoro del maestro americano non funzionava in quanto Jack Nicholson sembrava pazzo già dalla prima scena, allo stesso modo Estella è fin da subito Cruella, per via del suo vissuto infantile e della sua personalità difficilmente gestibile. Quella a cui assistiamo non è una caduta nel vortice della malvagità scatenata dall’oppressione, dal disagio e dalla mancanza di sostegno, quanto piuttosto un’occasione mancata per riprendere la strada della normalità, su cui si innestano peraltro dinamiche familiari decisamente forzate.

Al netto di risvolti narrativi abbastanza prevedibili e di alcuni personaggi secondari solamente abbozzati, Crudelia riesce a compensare con il proprio impatto visivo e con una convincente colonna sonora (in cui trovano spazio Doors, Queen, Nina Simone, Clash e il brano Smile, altro rimando a Joker) la sua scarsa originalità. Gillespie in particolare si conferma un’ottima guida per le proprie attrici. Dopo Tonya, che portò l’Oscar a Allison Janney e la nomination a Margot Robbie, ci troviamo infatti di fronte a un nuovo duello di bravura fra le protagoniste, che difficilmente sarà ignorato dai giurati dell’Academy. La lunga sfida fra Cruella e la Baronessa, a colpi di vestiti sfavillanti ed entrate in scena a effetto, nobilita Crudelia e ci consegna altri due notevoli, ambigui e sfaccettati personaggi femminili, a riprova del fatto che una visione meno fallocentrica dell’intrattenimento non è solo giusta, ma anche producente.

Crudelia: ci sarà un sequel?

Crudelia

Photo by Laurie Sparham. © 2021 Disney Enterprises

Crudelia ci restituisce una villain rinnovata nell’immagine e rinfrescata nei contenuti, ma comunque fedele al personaggio che abbiamo conosciuto negli altri adattamenti. Un triplo centro per la Disney, che si assicura l’interesse dei fan adulti, quello dei più giovani, in cerca di narrazioni meno ovattate e sognanti, e la possibilità di espandere ulteriormente dei personaggi che erano fermi da più di 20 anni, più precisamente dal dimenticabile La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda. Adesso c’è una nuova cattiva in città, che con la sua dirompente vena fashion è pronta a sprigionare la sua rabbia e la sua follia contro il prossimo, accompagnata dai fidi Horace (un ottimo Paul Walter Hauser) e Jasper. Non penserete davvero che sia finita qui?

Overall
7/10

Verdetto

Crudelia adempie al proprio compito di origin story, consegnandoci una villain rinnovata nel look e nei contenuti. L’originalità non è certamente il piatto forte, ma le due protagoniste e il formidabile impatto visivo e sonoro compensano i difetti narrativi.

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