Wife of a Spy: recensione del film di Kiyoshi Kurosawa

Wife of a Spy: recensione del film di Kiyoshi Kurosawa

In una Venezia 77 particolarmente eterogenea per sguardi, punti di vista e rappresentanza, non poteva certo mancare un’opera della florida cinematografia nipponica. L’onore/onere è toccato a Kiyoshi Kurosawa, regista noto soprattutto per il suo contributo al cinema di genere, ma già da tempo autore a tutto tondo di opere sempre più organiche, dense e stratificate. Il cineasta giapponese ha presentato in concorso Wife of a Spy, originariamente concepito (e già andato in onda) per la televisione nipponica ma modificato in un altro formato e con un differente color grading. Un’operazione insolita per gli standard di Venezia, solitamente abbastanza rigida sulle anteprime mondiali, premiata però dalla giuria presieduta da Cate Blanchett con il prestigioso Leone d’argento per la miglior regia.

Wife of a Spy: il nuovo lavoro di Kiyoshi Kurosawa

Ci troviamo a Kōbe, in Giappone, nel 1940, poco prima dell’ingresso dei nipponici nella Seconda Guerra Mondiale. Il commerciante Yusaku Fukuhara (Issey Takahashi) capisce che la situazione è esplosiva e si dirige in Manciuria alla ricerca di nuove opzioni lavorative, lasciando però a casa la moglie Satoko (Yu Aoi). Una volta giunta sul posto, Yusaku assiste a un tragico evento. Intanto, a Kobe, Satoko viene contattata dal suo vecchio amico Taiji Tsumori (Masahiro Higashide), membro della polizia militare. L’uomo rivela a Satoko che una donna portata in Giappone dalla Manciuria da suo marito è morta. Accecata dalla gelosia, Satoko rivolge tutta la propria collera contro il marito, ma scopre ben presto che la realtà è molto più complessa di quanto crede.

Anche se già da tempo sarebbe riduttivo definire Kiyoshi Kurosawa un regista di genere, durante la visione di Wife of a Spy non possiamo dimenticare di essere di fronte a un cineasta che ci ha saputo regalare gioielli come KairoBright Future e Kishibe no Tabi, opere capaci di attraversare i generi e sovvertirli, sotto la spinta di una mente vivace e creativa. Anche in questo caso Kurosawa non si smentisce, tessendo una trama che si muove agilmente fra thriller, melodramma e spy story, lasciando progressivamente filtrare le pagine della Storia all’interno del racconto, soprattutto nel dirompente atto conclusivo. Queste differenti contaminazioni non sono però una mera sfida registica, ma diventano invece delle angolazioni attraverso le quali tratteggiare le sfumature caratteriali di Satoko, ennesimo notevole personaggio femminile di una Venezia 77 che ha davvero puntato i fari sulle donne.

Fra spy story e melodramma

Wife of a Spy

Quando la macchina da presa si allontana dalla complessità e dalle contraddizioni di Satoko, alle prese con un lacerante dilemma morale e sentimentale, vengono però a galla i limiti di un’operazione che appare troppo spesso derivativa, indissolubilmente legata alla florida produzione sulla tematica della doppia identità (da Alfred Hitchcock in giù) e a suggestioni metacinematografiche (i film amatoriali, le maschere messe e levate). Si sente la mancanza di mordente e di una carica emotiva che possa trasformare la raffinata e rigorosa messa in scena di Wife of a Spy in un’opera avvolgente e vibrante. Un esempio in questo senso è lo svelamento dell’inganno alla base del racconto, dai tempi eccessivamente dilatati e dalla rappresentazione alla fin dei conti troppo semplicistica.

Più che ciò che mostra, Wife of a Spy si fa apprezzare quando gioca in sottrazione, portandoci nell’oscura stiva di una nave senza mai mostrarcela e trascinandoci in un bombardamento anti-spettacolare ma estremamente realistico, reso solo attraverso le espressioni degli interpreti, i rumori delle esplosioni e le vibrazioni degli ambienti. Forse tutto questo non è abbastanza per meritare un riconoscimento importante come il Leone d’argento per la miglior regia, però basta a darci un ulteriore prova che il cinema di Kurosawa, come quello di tutti i più grandi cineasti, è in continua evoluzione e può portarci in territori non sempre appaganti, ma sempre meritevoli di essere esplorati.

Wife of a Spy

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Kiyoshi Kurosawa mette in scena un’affascinante ma non del tutto appagante contaminazione fra diversi generi. La mano del regista nipponico è sempre tangibile, ma manca la carica emotiva necessaria a rendere travolgente il melodramma spionistico.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.