Yummy: recensione della commedia horror di Lars Damoiseaux

Yummy: recensione della commedia horror di Lars Damoiseaux

Qualche giorno fa, parlandovi della commedia horror Boys from County Hell, anch’essa presentata al Trieste Science+Fiction Festival 2020, avevamo criticato l’incertezza che l’opera aveva nell’intraprendere una precisa direzione fra il dramma e il gusto per il demenziale. A poche ore di distanza dal lavoro di Chris Baugh, abbiamo potuto godere della visione di Yummy di Lars Damoiseaux, zombie movie belga che invece non ha alcun dubbio sulla strada da seguire, cioè quella dello splatter più sguaiato e di una sana follia. Anche se le premesse per un trionfo del gore e del sangue c’erano tutte, non pensavamo di poter assistere a un tale campionario di efferatezze: fra rapporti sessuali che si trasformano in tragedia, arti mozzati, crani spaccati e budella in bella vista, c’è davvero tutto il necessario per accontentare gli amanti dell’horror più estremo, e per tenere contemporaneamente gli spettatori più impressionabili il più lontano possibile da Yummy.

La premessa è abbastanza semplice, ma lascia già intravedere il vortice di pazzia che in seguito travolgerà i personaggi. La giovane Alison (Maaike Neuville) ha un problema con il suo corpo, che le provoca particolare disagio: il suo seno prosperoso attira continuamente sguardi lascivi e battute di pessimo gusto da parte di estranei, minando la sua autostima. Pur non entusiasta della scelta di Alison, la madre Sylvia (Annick Christiaens) le prospetta una soluzione radicale al problema, cioè un intervento di riduzione del seno in una fidata clinica dell’est Europa. Le due si recano quindi sul posto, accompagnate dal fidanzato di Alison Michael (Bart Hollanders), che è sul punto di chiedere la mano alla sua amata. Mentre Alison attende il suo intervento, nella clinica prende il via una misteriosa epidemia, che trasforma medici e pazienti in zombie assetati di carne umana.

Yummy: lo squallore del genere umano in una sanguinolenta commedia horror

Yummy

Yummy è una corsa a tutta velocità, con l’acceleratore bloccato e con il freno della morale e del buon gusto totalmente fuori uso. Ogni volta che pensiamo di aver toccato l’apice del gore, Damoiseaux si supera, dando vita a immagini e situazioni che aumentano ulteriormente il nostro disagio, senza però fare mai mancare allo spettatore né l’umorismo, né l’attenzione ai propri personaggi. Nonostante i fari siano puntati sempre verso il puro intrattenimento, Yummy stupisce anche per la sua capacità di tratteggiare all’interno del microcosmo ospedaliero i principali difetti del genere umano, e di utilizzarli come lucida ed efficace metafora del nostro individualismo, soprattutto in situazioni in cui la tensione è alle stelle.

La cosa di John Carpenter rimane certamente un punto di riferimento insuperabile da questo punto di vista, ma fra uno zombie e l’altro, fra uno sbudellamento e il successivo, fra una scena di consapevole e compiaciuto trash e l’altra (fra cui segnaliamo un rapporto sessuale dagli esiti tragicomici), Yummy dipinge esempi di pura e realistica umanità, come l’arrivismo, il delirio di onnipotenza, la pavidità e la viscidità che si trasforma in depravazione. A questo quadro raggelante non sfugge neanche la final girl Alison, coinvolta in una sorta di cinico triangolo amoroso, che priva lo spettatore dell’unico punto di riferimento etico e affettivo. Come si dice in questi casi, Il più pulito c’ha la rogna, e Damoiseaux si comporta di conseguenza, non concedendo indulgenza o assoluzione a nessuno dei suoi personaggi, anche e soprattutto nel nichilista e spiazzante atto conclusivo.

Il più pulito c’ha la rogna

L’umorismo macabro e dissacrante di Yummy va inaspettatamente meno a segno proprio sull’ambiente che si poteva immaginare come la vittima sacrificale di questo racconto, cioè il mondo delle cliniche estetiche. Al di là di qualche colorita punzecchiatura, come la rappresentazione iniziale delle pazienti come soggetti di esperimenti scientifici, isolate in asettiche stanze in attesa del loro agognato ritocco fisico, Damoiseaux non affonda mai il colpo, riservando le proprie migliori stoccate ai personaggi più insospettabili.

Dopo il cortometraggio Patient Zero, su cui Yummy è basato, il regista dimostra con il suo primo lungometraggio doti tutt’altro che comuni, rielaborando in maniera del tutto personale dinamiche tipiche dello zombie movie (la situazione di convivenza forzata, le modalità di contagio, il sospetto e la diffidenza nei confronti del prossimo), mantenendo sempre alto il ritmo e soprattutto non abdicando mai alla sua pessimista e sprezzante visione del mondo, alla base di cui c’è la legge di Murphy che stabilisce che se qualcosa può andare storto, probabilmente lo farà, e lo farà nel momento peggiore possibile.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Lars Damoiseaux mette in scena una commedia dell’orrore spassosa e irriverente, che fra sequenze splatter e trovate trash lascia filtrare uno sguardo cupo e corrosivo nei confronti del genere umano.

Marco Paiano

Marco Paiano