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Zamora: recensione del film di Neri Marcorè

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Ci sono storie legate a un passato lontano e irripetibile, collocate in una dimensione spaziale e culturale ben precisa, ma nonostante questo capaci di parlare al cuore dello spettatore, con leggerezza e garbo. È questo il caso di Zamora, prima regia cinematografica di Neri Marcorè basata sull’omonimo romanzo di Roberto Perrone, compianto giornalista e scrittore scomparso nel 2023. Un’opera in bilico fra la provincia lombarda e una Milano in pieno boom economica, affine sia al cinema di Pupi Avati (non a caso regista di Neri Marcorè ne Il cuore altrove e in altre occasioni), sia alle prime atmosfere fantozziane, esplicitamente richiamate dalla passione per le partitelle fra scapoli e ammogliati di un imprenditore tanto spaccone quanto invadente.

Al centro della vicenda c’è Walter Vismara (un ottimo Alberto Paradossi), scrupoloso e timido contabile che perde il suo lavoro presso una piccola fabbrica di Vigevano, ritrovandosi però catapultato e raccomandato a Milano, nella grande azienda del Cavalier Tosetto (Giovanni Storti). Ospite della sorella Elvira (Anna Ferraioli Ravel, vista recentemente in Un altro Ferragosto), Walter cerca di ambientarsi nella nuova dimensione, stringendo un rapporto sempre più profondo con la collega Ada (Marta Gastini) e finendo suo malgrado coinvolto nelle partitelle settimanali fra i dipendenti. Del tutto ignorante in ambito calcistico, Walter dichiara di essere un portiere, finendo così a collezionare papere e gol subiti. Ribattezzato sarcasticamente “Zamora” (come il leggendario portiere spagnolo), il protagonista si mette in contatto con l’ex portiere caduto in disgrazia Giorgio Cavazzoni (Neri Marcorè), con l’intento di risollevare le sue prestazioni sportive e conquistare Ada.

Zamora: il calcio come metafora della vita nel debutto alla regia di Neri Marcorè

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Dopo i recenti Chi segna vince e The Beautiful Game, di nuovo il calcio come metafora della vita e occasione di riscatto. Walter Vismara ha tutto per raggiungere il successo e la felicità: cordialità ed eleganza innate, rigore e talento nel suo lavoro e una cultura sconfinata, che lo rende un potenziale concorrente dei principali quiz televisivi. Nonostante questo, il protagonista è frenato dalla sognante ingenuità figlia del provincia, da un malcelato senso di superiorità morale sui suoi illetterati colleghi e soprattutto dall’orgoglio, che lo porta a chiudersi a riccio davanti alle difficoltà e agli eventi non previsti dal suo approccio analitico. Il ruolo del portiere, propenso al rischio e foriero di critiche, diventa così per lui una sorta di terapia d’urto con cui imparare a lasciarsi andare e a reagire alle piccole e grandi delusioni della vita.

Neri Marcorè si concentra su questo tema, facendone il baricentro narrativo di Zamora e ritagliandosi il ruolo di uno sportivo disilluso e sconfitto, costretto a improvvisarsi mentore tanto nel calcio quanto nella vita. Come accade spesso nel cinema sportivo, la distanza fra i due si assottiglia sempre di più, portando benefici a entrambi e incentivandoli a superare i rispettivi limiti. Lo scenario abitato dai due è però altrettanto importante. Il regista tratteggia infatti una Milano in trasformazione, non ancora alienante ma già attraversata da una malsana spinta verso la competizione e la produttività.

Un ritratto a tratti anche nostalgico, che omaggia la gloriosa tradizione della comicità milanese attraverso i richiami ai tempi del Derby Club (la presenza di Antonio Catania, ma anche le musiche di Pacifico ispirate a Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Cochi e Renato) e alla successiva generazione, rappresentata dallo stesso Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Walter Leonardi e Ale e Franz.

Un nuovo notevole debutto alla regia

In un periodo segnato dal debutto alla regia di grandi interpreti del cinema italiano (Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti, Margherita Buy e Michele Riondino sono solo alcuni esempi), Neri Marcorè si distingue per lucidità e perizia, destreggiandosi con sicurezza anche nelle svariate sequenze ambientate sui di campi da calcio, da sempre terreno scivoloso anche per i registi più navigati. Da attore poliedrico e consumato, il regista sa inoltre trarre il meglio dai propri interpreti, capaci di donare brillantezza e leggerezza al racconto e di dare vita a personaggi veri e tridimensionali. Un quadro all’interno del quale emergono le donne (le dominanti e già citate Anna Ferraioli Ravel e Marta Gastini, ma anche Pia Lanciotti e Giulia Gonella), che appaiono sempre un passo avanti agli uomini, nonché simbolo di emancipazione e svecchiamento delle tradizioni.

Neri Marcorè gioca sul sicuro, cercando sempre l’umanità del racconto e dei protagonisti e limitando l’asprezza al bullismo dei colleghi di Walter. Una scelta sintetizzata proprio dal personaggio del Cavalier Tosetto, potenzialmente spregevole e respingente, ma che anche grazie alla simpatia innata di Giovanni Storti dà vita alle scene più divertenti di Zamora. Nonostante il film funzioni a più livelli, resta quindi anche un pizzico di rammarico, in quanto un pizzico di coraggio in più avrebbe consentito di sfruttare maggiormente la dimensione fantozziana del racconto e in particolare il clima tossico respirato da Walter nella sua nuova azienda, che emerge solo a tratti e solamente attraverso personaggi marginali.

Zamora: l’importanza di lasciarsi alle spalle le proprie sconfitte

Zamora

Come da tradizione del cinema sportivo, a fare da crocevia per i destini dei protagonisti è una partita, disputata in un anonimo campo di periferia in un giorno di festa, ma con una tensione pari a quella di una finale di Champions League. Un’occasione per dimostrare il proprio agonismo e anche per gettare il cuore oltre l’ostacolo, verso un finale che non è solo chiusura di un cerchio, ma soprattutto spinta a lasciarsi alle spalle le cadute e ad andare avanti, senza desiderio di vendetta e con rinnovata consapevolezza.

Zamora è disponibile dal 4 aprile nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

Overall
7/10

Valutazione

Neri Marcorè debutta alla regia con un film gradevole e leggero, i cui personaggi avrebbero però potuto beneficiare di un pizzico di cattiveria in più.

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Una storia nera: recensione del film con Laetitia Casta

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Una storia nera

Nel cinema, come nella vita, spesso il tempismo è fondamentale. Tempismo che non è certo perfetto per Una storia nera, nuovo film di Leonardo D’Agostini con Laetitia Casta e Andrea Carpenzano (già diretto dal regista nella sua opera prima Il campione), che arriva nelle sale italiane a pochi mesi di distanza dal successo planetario di Anatomia di una caduta, con il quale condivide diversi risvolti della trama. Una concomitanza del tutto casuale (il film è basato sull’omonimo romanzo di Antonella Lattanzi, pubblicato nel 2017), che tuttavia mette inevitabilmente in luce tutti i limiti dell’operazione.

Al centro della vicenda c’è Carla (Laetitia Casta), che dopo anni di soprusi e maltrattamenti ha finalmente divorziato dal marito Vito (Giordano De Plano). Nonostante il burrascoso passato, i due si ritrovano per la festa di compleanno della loro figlia minore; al termine della serata, l’uomo scompare però nel nulla, fino al ritrovamento del suo martoriato cadavere nel Tevere. Il cerchio si stringe immediatamente intorno a Carla, che messa alle strette confessa l’omicidio, motivandolo però con la legittima difesa. Inizia così un lungo e teso processo ai danni di Carla, volto a comprendere la natura delle sue azioni e a valutare l’ipotesi di premeditazione del delitto. Fra le poche persone su cui Carla può contare c’è Nicola (Andrea Carpenzano), il suo figlio maggiore ben consapevole del rapporto tossico e violento fra i suoi genitori.

Una storia nera: Laetitia Casta in un thriller sulla violenza domestica

Una storia nera

Dopo il già citato lavoro di Justine Triet, ci troviamo dunque nuovamente di fronte a una morte avvolta nel mistero di un uomo, a un processo in cui chiarire gli eventi e a un figlio chiamato a riflettere sulle azioni della madre. Materiale potenzialmente esplosivo, anche perché a differenza di Anatomia di una caduta in Una storia nera si parla apertamente di violenza domestica a senso unico. Una scelta che da una parte conferisce al lavoro di Leonardo D’Agostini profondità e modernità, ma dall’altra si rivela un boomerang a livello narrativo, portando immediatamente gli spettatori a parteggiare e comprendere Carla, caratterizzata invece fino all’epilogo con una notevole dose di ambiguità.

Il semplice ma fondamentale dubbio messo in scena con certosino equilibrio da Justine Triet (colpevole o innocente?) lascia in questo caso spazio a una domanda molto meno suggestiva e abbastanza ininfluente ai fini del giudizio morale sulla protagonista, dal momento che decenni di maltrattamenti e l’alta probabilità di nuove violenze rendono la verità sull’accaduto rilevante solo dal punto di vista giuridico. Con un mistero principale così debole, tutto ciò che gli sta intorno fatica a destare interesse e curiosità. Una storia nera si trascina così stancamente attraverso un lungo e ripetitivo dibattito in aula, costellato da personaggi secondari poco approfonditi (il nuovo compagno di Carla), da analisi di dettagli ininfluenti (il funzionamento dell’auto della protagonista) e da forzature (la simulazione dello spostamento del cadavere).

Non basta la buona prova di Laetitia Casta

Laetitia Casta dà vita a una buona performance in sottrazione, che non basta però a conferire al suo personaggio la necessaria ambiguità (il paragone con la Sandra Hüller di Anatomia di una caduta è impietoso). Non giovano alla causa i tentativi di approfondimento attraverso salti temporali, che finiscono solo per mettere in luce alcune ingenuità a livello di trucco e acconciatura, con le quali si cerca di tratteggiare un cambiamento interiore attraverso uno esteriore. A tal proposito, per dipingere i primi anni di matrimonio di Carla, in fragile equilibrio fra felicità e tristezza, si ricorre infatti a uno sbarazzino taglio a caschetto, mentre per delineare la sua progressiva solitudine durante il processo si nasconde la bellezza di Laetitia Casta attraverso capelli spenti e ingrigiti.

Conscio dei limiti del racconto e della sua protagonista, Leonardo D’Agostini cerca di rimescolare le carte, dando ampio spazio alla cinica PM dell’ottima Cristiana Dell’Anna e avventurandosi in riflessioni sull’ereditarietà della violenza e del patriarcato, attraverso una maldestra e contraddittoria caratterizzazione del personaggio di Andrea Carpenzano. Uno sforzo che non produce risultati apprezzabili e al contrario finisce per dare vita a inutili digressioni (l’intera sequenza al parco giochi) e per allontanare Una storia nera dal proprio baricentro emotivo e narrativo, che nel bene e nel male è sempre Carla.

Una storia nera: il nuovo esperimento di Groenlandia

Una storia nera

Dopo The Hanging Sun – Sole di mezzanotte, la Groenlandia di Matteo Rovere e Sydney Sibilia produce un nuovo esperimento di thriller psicologico all’italiana, che guarda tanto al seminale La fiamma del peccato di Billy Wilder quanto al David Fincher di L’amore bugiardo – Gone Girl, con esiti purtroppo molto più modesti, nonostante l’importanza e l’attualità dei temi trattati.

Una storia nera è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

Dove vedere Una storia nera in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5/10

Valutazione

Leonardo D’Agostini dà vita a un thriller psicologico basato su temi importanti e urgenti, che però nonostante la buona prova di Laetitia Casta non riesce mai a generare suspense e mistero.

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Horizon: An American Saga: trailer e poster del film di Kevin Costner

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Horizon: An American Saga

In occasione della presentazione Fuori Concorso al Festival di Cannes, sono stati diffusi i materiali promozionali di Horizon: An American Saga, sontuoso progetto di Kevin Costner. Un epico affresco western ambientato durante la guerra civile americana, che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe essere composto da ben 4 capitoli. I primi due capitoli sono già stati realizzati e arriveranno nelle sale italiane rispettivamente il 4 luglio e il 15 agosto. Scopriamo cosa ci aspetta.

Il trailer ufficiale di Horizon: An American Saga

Questa la sinossi del film:

Nella grande tradizione degli iconici western della Warner Bros. Pictures, Horizon: An American Saga esplora il fascino del Vecchio West e come è stato vinto – e perso – attraverso il sangue, il sudore e le lacrime di molti. Attraversando i quattro anni della Guerra Civile, dal 1861 al 1865, l’ambiziosa avventura cinematografica di Costner porterà il pubblico in un viaggio emozionante attraverso un paese in guerra con se stesso, vissuto attraverso la lente di famiglie, amici e nemici, tutto nel tentativo di scoprire cosa significa veramente essere gli Stati Uniti d’America.

Horizon: An American Saga vede il ritorno alla regia di Kevin Costner, sulla base di una sceneggiatura scritta da lui stesso insieme a Jon Baird, incentrata sul genere e sulle atmosfere a cui ha dedicato buona parte della sua carriera davanti e dietro alla macchina da presa, con lavori del calibro di Balla coi lupi, Terra di confine – Open Range e Yellowstone. Kevin Costner è anche protagonista dell’opera e condivide lo schermo con un sontuoso cast, forte di interpreti del calibro di Sienna Miller, Abbey Lee, Jena Malone, Isabelle Fuhrman, Wase Chief, Ella Hunt, Luke Wilson, Hayes Costner, Sam Worthington, Michael Rooker e Jamie Campbell Bower. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film che, lo ricordiamo, arriverà nelle sale cinematografiche in due parti il 4 luglio e il 15 agosto, distribuito da Warner Bros.

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Hanno ucciso l’Uomo Ragno: il teaser trailer della serie sulla storia degli 883

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Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È online il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, serie dramedy Sky Original disponibile da ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW. La serie è un racconto di formazione incentrato su Max Pezzali e Mauro Repetto, fondatori di uno dei più celebri e amati gruppi musicali pop italiani degli ultimo decenni. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 si addentra nei mitici anni ’90 per narrare la genesi di alcune delle canzoni più famose degli 883, duo che contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti, in primis gli stessi Max e Mauro.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 è una serie di Sydney Sibilia (Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry), per la prima volta alla regia di una serie. Gli otto episodi dello show sono scritti da lui stesso insieme a Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone. Completano il team di regia Francesco Ebbasta (Addio fottuti musi verdi, Generazione 56k) e Alice Filippi (Sul più bello, SIC). Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli interpretano rispettivamente Max Pezzali e Mauro Repetto. Vediamo cosa ci aspetta.

Il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883

Questa la sinossi ufficiale della serie:

Pavia, fine anni Ottanta. Max ama i fumetti e la musica americana. È un anticonformista in una città dove non c’è nulla a cui ribellarsi. In più, dopo aver trascurato il liceo per seguire nuove amicizie e serate punk, arriva inevitabilmente la bocciatura.
Questo fallimento si rivela in realtà una nuova, fatale opportunità: nel liceo dove si trasferisce ha un nuovo compagno di banco, Mauro. La musica rende Max e Mauro inseparabili. Grazie alla forza trascinante di Mauro, Max abbraccia il suo talento e insieme a lui compone le prime canzoni che verranno prodotte da Claudio Cecchetto. Ma quando il successo li travolgerà, Max e Mauro, così diversi, riusciranno a rimanere uniti?

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