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Zodiac: recensione del film di David Fincher

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Il cinema di David Fincher ha alla sua base l’ossessione, declinata in serial killer tanto disumani quanto lucidi (Seven, The Killer), in coppie deflagrate (L’amore bugiardo – Gone Girl) e in brillanti e cinici studenti destinati a cambiare in peggio il mondo (The Social Network). Ma allo stesso tempo, questo cineasta forgiato dai videoclip (argomento spesso usato dai suoi detrattori) e prima ancora dal lavoro sugli effetti visivi di opere come Il ritorno dello Jedi, La storia infinita e Indiana Jones e il tempio maledetto, sa intercettare come pochi il disagio e la frustrazione della modernità, dando vita a cupi racconti che descrivono l’ingranaggio di un sistema, in cui i protagonisti rimangono inesorabilmente intrappolati. È questo il caso di The Game – Nessuna regola, Fight Club, Panic Room, Mank e soprattutto Zodiac, altro film incentrato su uno spietato assassino.

La storia di uno dei più celebri serial killer della storia americana (tematica su cui David Fincher ha poi basato anche la serie Mindhunter) e i libri sulla vicenda scritti da Robert Graysmith (interpretato nel film da Jake Gyllenhaal) sono il perfetto punto di partenza per un’opera in grado di sintetizzare brillantemente il cinema di questo grande regista: un thriller poliziesco mascherato da procedural drama (o forse il contrario?), in cui la ricerca di un assassino senza nome e senza volto unisce, stimola e infine distrugge un gruppo eterogeneo di personaggi, coinvolti in un mistero che fonde violenza, simbologia ed enigmistica (di nuovo la dimensione ludica).

Un lavoro che prende apertamente posizione su uno dei più noti cold case, ma paradossalmente mette la figura del presunto colpevole Arthur Leigh Allen (un inquietante John Carroll Lynch) in secondo piano, concentrandosi invece sui risvolti della ricerca sulle vite e sulla psiche di coloro che danno la caccia al Killer dello Zodiaco.

Zodiac: ossessione, mistero e fallimento in uno strepitoso thriller di David Fincher

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Ci troviamo nella California dell’estate del 1969, la stessa in cui ha perso la vita Sharon Tate nel corso del famigerato eccidio di Cielo Drive, rivisitato da Quentin Tarantino in C’era una volta a… Hollywood. Nei pressi di San Francisco, una coppia appartata in auto viene aggredita da un uomo, che prima spara ai due e poi telefona alla polizia per segnalare quanto avvenuto e rivendicare l’azione. Parallelamente, la redazione del San Francisco Chronicle riceve una lettera anonima dall’assassino, contenente dettagli sul crimine e la richiesta di concedere spazio alla sua figura. Nasce così un’indagine tuttora irrisolta (non si è mai trovata una prova schiacciante nei confronti di Arthur Leigh Allen e degli altri principali sospettati), condotta prima dal giornalista di cronaca nera Paul Avery (Robert Downey Jr.) e a seguire dal giovane vignettista Robert Graysmith e dal detective Dave Toschi (Mark Ruffalo).

David Fincher è personalmente legato alle vicende narrate in Zodiac, dal momento che il regista durante la sua infanzia ha vissuto vicino ai luoghi dei primi omicidi, respirando il clima di tensione, sospetto e paura generato dalle azioni del Killer dello Zodiaco. Una vicenda che ha profondamente segnato e influenzato il regista, che come abbiamo visto ha poi saputo realizzare pregevoli e agghiaccianti ritratti di assassini seriali sul grande e sul piccolo schermo. Esperienza personale e cinefilia si fondono in un racconto che attinge chiaramente tanto al teso rigore di Tutti gli uomini del presidente quanto alla frustrante e ossessiva parabola dei protagonisti di Memorie di un assassino di Bong Joon-ho, incentrato su un serial killer definito non a caso “Lo Zodiac coreano”.

Zodiac: fra storia vera e finzione

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Curiosamente realtà e finzione si sono intrecciate in maniera opposta nel film di David Fincher e in quello di Bong Joon-ho. Memorie di un assassino mette infatti in scena l’impossibilità di giungere alla soluzione di un caso che è poi stato risolto anni dopo l’uscita del film, mentre Zodiac, come anticipato poc’anzi, propende nettamente in direzione della mai dimostrata colpevolezza di Arthur Leigh Allen, mettendo in evidenza fin dalla prima apparizione in scena i tratti più oscuri e inquietanti del personaggio di John Carroll Lynch. A ciò si aggiunge il cortocircuito narrativo per il quale i protagonisti di Zodiac si ritrovano a una proiezione di Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, a sua volta liberamente ispirato al Killer dello Zodiaco, che rende ancora più evidente la dimensione postmoderna del film.

David Fincher ci porta dietro le quinte dell’indagine, all’interno del vortice di indagini, intuizioni, errori e false piste che accompagnano casi di questo tipo. Soprattutto nella prima parte di un racconto lungo e corposo (ben 157 minuti di durata), le tipiche dinamiche del thriller si accompagnano a una lucida e malinconica rappresentazione di un giornalismo ormai scomparso, devoto alla ricerca della verità con risultati spesso migliori di quelli delle forze dell’ordine. Un parallelo sottolineato a più riprese dallo stesso regista, che mette fondamentalmente sullo stesso piano l’ossessione per il caso di un giornalista, di un detective e di un vignettista con la passione per l’enigmistica.

Un thriller nel thriller

Le luci, i costumi e gli elementi scenografici contribuiscono a un’impeccabile ricostruzione dell’epoca, che è allo stesso tempo cifra stilistica di un racconto che a tratti ha un taglio quasi documentaristico e chiave narrativa di un’opera desiderosa di farci avvicinare il più possibile al cuore di un’indagine, per poi disintegrarla insieme ai suoi protagonisti. Come i personaggi di Fight Club, talmente afflitti dal sistema da crearne uno ancora più folle, come i fratelli di The Game, trascinati nella spirale distruttiva e perversa di un gioco, come il Brad Pitt di Seven, vittima della follia che cerca di razionalizzare, come Jodie Foster e Kristen Stewart, imprigionate in un rifugio, come lo stesso Herman J. Mankiewicz, in bilico fra realtà, finzione e macchina produttiva durante la lavorazione di Quarto potere, i protagonisti di Zodiac sacrificano la loro intera esistenza sull’altare di un’idea sfumata, di un codice che non possono decifrare.

Da avido indagatore degli anfratti più reconditi dell’animo umano, della fallibilità e dell’impossibilità di raggiungere un reale, prolungato ed equilibrato appagamento, David Fincher indugia su questi relitti umani, mostrandoci un Paul Avery progressivamente consumato dall’alcool e da una spirale autodistruttiva e un Dave Toschi talmente devastato dal caso da respingere vigorosamente un suo nuovo coinvolgimento, mantenendo però il piede sulla porta che lo separa da una risposta anelata per anni. Un percorso intrapreso in maniera meno evidente anche da Robert Graysmith, che mette in secondo piano carriera, figli e matrimonio per una suggestione, ai suoi occhi talmente lampante da trascinarlo in un sinistro scantinato (un thriller nel thriller, capolavoro di tensione di David Fincher giocato sui suoni e sulle atmosfere) e da appagarlo attraverso un fugace ma emblematico incontro con Arthur Leigh Allen.

Zodiac: l’impossibilità di dare ordine al caos

In un’epoca in cui il true crime è diventato uno dei generi più popolari e transmediali, grazie a cinema, serie, documentari, saggi e podcast, la visione di Zodiac acquista un senso ancora più potente e profondo, spingendoci a riflettere sul nostro approccio a una narrazione grazie a cui il giallo e l’orrore irrompono nella vita vera, permettendoci di osservarli da una distanza abbastanza ravvicinata da assaporarne il brivido, ma sufficientemente sicura da non esporci a veri pericoli. Un desiderio voyeuristico e contraddittorio, che in fondo è una delle dinamiche fondanti del cinema stesso, cavalcata abilmente da un David Fincher in stato di grazia.

Il regista rende la parabola del Killer dello Zodiaco un’emblema dell’impossibilità di dare ordine al caos e della fallace parzialità del nostro punto di vista. Lo stesso approccio al racconto, che mette al centro Robert Graysmith, autore dei libri su cui il film è basato e protagonista in prima persona della vicenda, ci dice che in fondo Zodiac è l’opera di un narratore ossessionato e quindi non necessariamente affidabile, proprio come quello di Fight Club e proprio come il protagonista di The Social Network Mark Zuckerberg, uno dei simboli dell’era della post-verità. Mentre scorrono i titoli di coda, ci ritroviamo così più persi che mai, in amara contemplazione delle macerie umane lasciate da un desiderio impossibile da realizzare.

Zodiac

Overall
9/10

Valutazione

Traendo ispirazione dalla vera storia del Killer dello Zodiaco, David Fincher firma uno strepitoso thriller sul potere autodistruttivo dell’ossessione e sull’impossibilità di dare ordine al caos.

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Hanno ucciso l’Uomo Ragno: il teaser trailer della serie sulla storia degli 883

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Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È online il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, serie dramedy Sky Original disponibile da ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW. La serie è un racconto di formazione incentrato su Max Pezzali e Mauro Repetto, fondatori di uno dei più celebri e amati gruppi musicali pop italiani degli ultimo decenni. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 si addentra nei mitici anni ’90 per narrare la genesi di alcune delle canzoni più famose degli 883, duo che contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti, in primis gli stessi Max e Mauro.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883 è una serie di Sydney Sibilia (Smetto quando voglio, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, Mixed by Erry), per la prima volta alla regia di una serie. Gli otto episodi dello show sono scritti da lui stesso insieme a Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone. Completano il team di regia Francesco Ebbasta (Addio fottuti musi verdi, Generazione 56k) e Alice Filippi (Sul più bello, SIC). Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli interpretano rispettivamente Max Pezzali e Mauro Repetto. Vediamo cosa ci aspetta.

Il primo teaser trailer di Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883

Questa la sinossi ufficiale della serie:

Pavia, fine anni Ottanta. Max ama i fumetti e la musica americana. È un anticonformista in una città dove non c’è nulla a cui ribellarsi. In più, dopo aver trascurato il liceo per seguire nuove amicizie e serate punk, arriva inevitabilmente la bocciatura.
Questo fallimento si rivela in realtà una nuova, fatale opportunità: nel liceo dove si trasferisce ha un nuovo compagno di banco, Mauro. La musica rende Max e Mauro inseparabili. Grazie alla forza trascinante di Mauro, Max abbraccia il suo talento e insieme a lui compone le prime canzoni che verranno prodotte da Claudio Cecchetto. Ma quando il successo li travolgerà, Max e Mauro, così diversi, riusciranno a rimanere uniti?

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Abigail: recensione del film con Melissa Barrera

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Abigail

Si apre con il tema principale de Il lago dei cigni di Čajkovskij come il seminale Dracula di Tod Browning (scelta con un ben preciso significato, come vedremo in seguito), procede seguendo le dinamiche di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (base per molti horror moderni, peraltro citata esplicitamente nel film) e infarcisce tutto con un dark humour citazionista e postmoderno. Abigail di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett si configura quindi come un saggio divertito e divertente sulla storia e sullo stato dell’arte del cinema horror, sulla scia dell’immortale saga di Wes Craven Scream, non a caso rielaborata dagli stessi registi nei due recenti “requel“. Una valida commedia horror, che conferma l’affinità di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con questo filone, da loro esplorato anche nel notevole Finché morte non ci separi.

Liberamente ispirato a La figlia di Dracula, Abigail racconta la storia di un bizzarro e misterioso gruppo di rapitori, assoldati per sequestrare una bambina dotata di grande talento per la danza. Una volta eseguito il sequestro, i malviventi hanno l’indicazione di portare la piccola in una lussuosa e isolata villa, in cui custodirla per 24 ore in attesa del pagamento del riscatto. Ignari delle vere identità dei loro soci e di quella del padre della bambina, i rapitori iniziano a innervosirsi e a porsi domande sulla loro missione. In un susseguirsi di eventi sinistri, scoprono poi di essere rinchiusi all’interno della villa e soprattutto di essere a loro volta in pericolo per la vera natura della piccola Abigail, assetata del loro sangue.

Abigail: una giocosa e riuscita commedia dell’orrore

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non inventano nulla, ma sfruttano in maniera fresca e brillante gli stereotipi dei generi e dei temi che affrontano. Uno di questi è indubbiamente il vampirismo, che con il passare dei minuti diventa sempre più centrale all’interno della narrazione. L’eterogeneo gruppo di protagonisti infatti non può fare altro che interrogarsi sulla natura e sui poteri di Abigail, affidandosi all’intuito (per la verità abbastanza scarso) e soprattutto alla letteratura e alla filmografia sui vampiri. Spunti ideali per un umorismo macabro e grottesco e per situazioni paradossali, come i momenti in cui i protagonisti ricorrono a reminiscenze di True Blood o Twilight per decidere il da farsi o scambiano l’aglio con le cipolle nel tentativo di proteggersi.

Il lavoro dei registi non si limita però al citazionismo spicciolo, ma anche grazie al contributo in sceneggiatura di Stephen Shields e Guy Busick danno vita a un prodotto di genere dalle atmosfere e dalle dinamiche cangianti, non lontano per toni dal cult Dal tramonto all’alba. Quello che inizialmente si configura come un innocuo thriller basato su un rapimento strizza poi l’occhio al giallo, lavorando sulle misteriose identità dei rapitori e sulla loro possibile doppiezza. Una parentesi effimera, che prepara il terreno a una decisa sterzata nei territori dell’horror e dello splatter, durante la quale si ricorre a un ricco campionario di schizzi di sangue, teste mozzate e giugulari recise. Una svolta accompagnata da particolari scelte di marketing, volte non a celare la vera natura della piccola protagonista ma a enfatizzarla in tutti i modi possibili, a partire dall’ampio materiale promozionale.

La formidabile prova di Alisha Weir

Abigail

Punto di forza di Abigail è indubbiamente la formidabile attrice irlandese Alisha Weir (classe 2009), già vista recentemente in Matilda The Musical di Roald Dahl e Cattiverie a domicilio, ma in questo caso autrice di una prova di encomiabile maturità, in perfetto equilibrio fra falsa dolcezza e spaventosa malvagità, ma capace anche di sorprendenti squarci di umanità. Accanto a lei spicca la notevole performance di Melissa Barrera, già valida final girl nel franchise di Scream, da cui è stata allontanata ciecamente allontanata per il suo sostegno al popolo palestinese. Completano il cast l’ambiguo Dan Stevens, l’ingenua geek Kathryn Newton, il sempre inquietante Kevin Durand, un incerto Will Catlett e lo sfortunato Angus Cloud, prematuramente scomparso poco prima dell’uscita del film, dedicato alla sua memoria. Da segnalare infine le brevi apparizioni di Giancarlo Esposito e Matthew Goode, importanti soprattutto per l’atto conclusivo.

Nel turbine di citazioni orchestrato dai registi (oltre a quelle già menzionate, spiccano i rimandi alla vasca di Phenomena e i parallelismi con Finché morte non ci separi, in un gioco di riferimenti interno alla filmografia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), sarebbe un peccato fare passare in secondo piano il pregevole lavoro sulle scenografie e sulle luci, che diventa centrale per la narrazione e per le possibili piste che si aprono con il passare dei minuti. Il risultato è un crescendo di suspense, mistero e paura, solo parzialmente indebolito da una comicità meno efficace rispetto ai precedenti lavori di questa coppia di autori, principalmente a causa della caratterizzazione grossolana ed eccessivamente grottesca di alcuni dei protagonisti.

Abigail: è davvero la fine?

Abigail

Pur non rinnegando mai la sua natura puramente derivativa, Abigail sfocia in un finale soddisfacente e tutt’altro che scontato, che raccoglie i frutti del lavoro svolto in precedenza sugli stereotipi dei vampiri e sulla solidarietà femminile, già al centro dei due recenti capitoli del franchise di Scream. Un lavoro leggero ma mai sciatto, anche dal punto di vista editoriale: in epoca di remake sfornati a ripetizione e di universi condivisi, Abigail sembra più viva che mai, proprio come il famigerato Principe delle tenebre a cui è direttamente collegata.

Abigail è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7/10

Valutazione

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett continuano la loro esplorazione della commedia dell’orrore, dando vita a un racconto giocoso e citazionista al punto giusto, solo parzialmente indebolito da un umorismo non sempre a fuoco.

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta: il trailer del film con Blake Lively

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It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

È online il trailer ufficiale di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, nuovo film Sony Pictures tratto basato sull’omonimo romanzo di Colleen Hoover (edito in Italia da Sperling & Kupfer), che arriverà nelle sale italiane il 21 agosto 2024. Il film è diretto e interpretato da Justin Baldoni (A un metro da te, Nuvole) su una sceneggiatura di Christy Hall. Condivide lo schermo con lui Blake Lively (Adaline – L’eterna giovinezza, Paradise Beach – Dentro l’incubo, Un piccolo favore), che interpreta la protagonista Lily. Fanno inoltre parte del cast Jenny Slate (Everything Everywhere All at Once), Brandon Sklenar (1923), Isabela Ferrer (Fire Burning), Amy Morton (Chicago P.D.), Hasan Minhaj (Fidanzata in affitto), Alex Neustaedter (American Rust – Ruggine americana) e Kevin McKidd (Grey’s Anatomy). Diamo un’occhiata a quello che ci aspetta.

Il trailer ufficiale italiano di It Ends with Us – Siamo noi a dire basta

Questa la sinossi del film:

It Ends with Us – Siamo noi a dire basta, un adattamento per il grande schermo del primo romanzo di Colleen Hoover, racconta l’appassionante storia di Lily Bloom (Blake Lively), una donna che ha superato un’infanzia traumatica e intraprende una nuova vita a Boston per inseguire il sogno di una vita: aprire una propria attività. L’incontro casuale con l’affascinante neurochirurgo Ryle Kincaid (Justin Baldoni) fa nascere un legame intenso, ma mentre i due si innamorano profondamente, Lily inizia a vedere in Ryle lati che le ricordano il rapporto con i suoi genitori. Quando il primo amore di Lily, Atlas Corrigan (Brandon Sklenar), rientra improvvisamente nella sua vita, la relazione con Ryle viene stravolta e Lily capisce che deve imparare a contare sulle proprie forze per fare una scelta molto difficile per il suo futuro.

In conclusione, vi ricordiamo che il film arriverà nelle sale italiane dal 21 agosto, distribuito da Eagle Pictures.

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