Baby Baby

Recensioni serie TV

Baby: recensione della serie Netflix con Alice Pagani e Benedetta Porcaroli

Pubblicato

il

Baby è una serie italiana diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, interpretata da Alice Pagani, Benedetta PorcaroliIsabella FerrariClaudia Pandolfi, Riccardo Mandolini e Galatea Ranzi. Baby, disponibile sulla piattaforma Netflix dal 30 novembre 2018, è una serie ideata e sceneggiata dai GRAMS, collettivo di sceneggiatori e autori composto da Antonio Le Fosse, Giacomo Mazzariol, Marco Raspanti, Re Salvador ed Eleonora Trucchi, affiancati da Isabella Aguilar e Giacomo Durzi.

Baby

La prima stagione di Baby, composta da 6 episodi, ci porta nella vita di due ragazze, Ludovica (Alice Pagani) e Chiara (Benedetta Porcaroli); le due protagoniste frequentano l’Istituto Collodi insieme ai figli di famiglie benestanti di Roma e vivono ai Parioli. Chiara vive in una famiglia agiata, i suoi genitori sono separati in casa, ed ha una relazione segreta con il fratello della sua migliore amica Camilla. Parallelamente Ludovica, che frequenta lo stesso istituto, non gode di una condizione familiare migliore: sua madre, interpretata da Isabella Ferrari, è divorziata e si lascia spesso soggiogare dagli uomini che si approfittano di lei. Chiara e Ludovica inizialmente non sono amiche ma nonostante la loro visibile distanza caratteriale, si troveranno ad avvicinarsi e a condividere esperienze singolari tra party esclusivi e incontri a luci rosse.

Baby: la nuova serie italiana Netflix non convince

Baby

Ispirata liberamente al caso di prostituzione minorile che ha scosso il quartiere dei Parioli di Roma, Baby è un teen drama che orbita attorno ad un gruppo di giovani insoddisfatti, ricchi e annoiati, che hanno sogni prevedibili come quello di studiare in America, che tentano di ribellarsi alle proprie famiglie, stufi dei loro genitori snob e caricaturali. I protagonisti di Baby desiderano ardentemente possedere una vita segreta, non hanno bisogno di fingere uno stile di vita dedicato agli eccessi perché possono averlo come e quando vogliono: ciò che desiderano è spingersi oltre i limiti della loro vita adolescenziale, tracciando un confine tra immaturità e libertà sessuale.

La loro autodistruzione è comprensibile, ma è resa e tracciata tramite stereotipi e luoghi comuni che ne appiattiscono ogni spessore; i personaggi non sono interessanti come vorrebbero essere, il loro mondo interiore non è altrettanto profondo come il mondo esteriore, talmente patinato e tirato a lucido che non lascia spazio ad un’emozione, non c’è spazio per i sentimenti. Le uniche sensazioni che emergono da questi ragazzi sono il distacco e l’emarginazione, pochi e rari momenti di verità in cui ogni protagonista ricava nella serie un piccolo spazio in cui star sola, in silenzio, senza perdersi in dialoghi furtivi o vuoti.

Baby: una serie confusa e senz’anima

La serie non ha un’anima, come i suoi personaggi. Baby non brilla di luce propria, sembra essere figlia di altre produzioni, di altre storie già raccontate in precedenza, come la serie Skins, che ha raccontato ampiamente le famiglie disfunzionali, il bullismo e il sesso fra ragazzi. Baby sicuramente si concentra più sull’aspetto social media dell’essere adolescente e delle dinamiche scolastiche che prendono vita nella loro altezzosa ed esclusiva scuola privata, non del tutto dissimile da Elite. Ogni personaggio è sepolto profondamente in un topos, nessuna protagonista riesce a distaccarsi da un luogo comune, nessuna di loro è come un quadretto d’argilla non plasmato, non conformato.

Baby, inoltre, è stata condannata dal National Center on Sexual Exploitation degli Stati Uniti poiché, secondo l’organizzazione, promuove e normalizza gli abusi sessuali su minori e la prostituzione minorile. Ma ad essere onesti, la sessualità che mette in scena la serie non è così allarmante come sostengono i puritani e morigerati americani.

Le scene sono determinate e cadenzate da una colonna sonora che in un certo senso anticipa ciò che deve ancora accadere, un disegno sonoro che entra in contrasto con le scene, che non accompagna il racconto e ne impoverisce spesso la drammaticità e la leggerezza. Baby non riesce mai ad essere trasgressiva, non coglie e non approfondisce l’argomento che si promette di raccontare, ovvero la prostituzione adolescenziale, che non gioca davvero un ruolo considerevole nella serie. La serie è certamente confusa da questo punto di vista, non si coglie fin da subito quale sia il suo punto focale, non è abbastanza istruttiva o distruttiva da essere penetrante, non è davvero disadorna o caratteriale da avere qualcosa che spieghi o giustifichi le azioni delle delle ragazze, i loro disagi e le loro scelte fatte con leggerezza.

Baby: just a copy of the imitation

Baby

Baby non convince da diversi punti di vista, a partire dalla recitazione, soprattutto delle due protagoniste, che non riescono ad abitare in modo considerevole il ruolo che vestono, si fermano ad un livello superficiale, non c’è conflitto nella loro fisicità, non c’è emozione nella loro gioventù, non si colgono le sfaccettature, le intercapedini che si creano tra il mondo adulto che frequentano e il mondo adolescenziale che vivono, più istintivo e genuino.

La regia riesce a dare forma alle scene con riprese intelligenti, molto indagatrici, ma ciò non riesce ad elevare la serie da un decadimento dialettico e discorsivo che annulla ogni buona azione, ogni scelta arguta nella scenografia, nella fotografia e nel girato. L’aspetto dialogico e narrativo è ciò che delude in maggior modo: la storia non è accattivante, è fin troppo semplicistica. Baby sembra vivere di forzature drammatiche che non sono reali, e il realismo visivo ed espositivo è il fulcro di una storia del genere che se perde una tonalità di questo tipo finisce per essere, come cantava il reverendo del rock, just a copy of the imitation.

Overall
3/10

Sommario

La serie Netflix Baby è una serie senz’anima e confusionaria, che non racconta la prostituzione e che sottovaluta ogni aspetto interiore delle protagoniste.

Pubblicità

Netflix

Generazione 56K: recensione della serie Netflix dei The Jackal

Pubblicato

il

La Generazione 56K è una sorta di ponte fra passato e futuro. I nati fra anni ’80 e inizio anni ’90 hanno infatti una caratteristica peculiare e irripetibile: sono le ultime persone a essere cresciute nel mondo precedente alla diffusione su larga scala di internet, e ovviamente le prime ad aver abbracciato questa fondamentale transizione tecnologica. Sono i giovani cresciuti col cacofonico suono del modem 56K e con le bollette telefoniche trasformate in salassi dalla navigazione, pionieri di una internet pirata non solo per la mancanza di regole, ma anche e soprattutto per la totale libertà che poteva offrire un mondo ancora tutto da scrivere. Gli stessi giovani che, con l’approssimarsi della maturità e con l’avvento degli smartphone, sono stati improvvisamente sballottati in una rete diversa, certamente più diffusa e potente, ma anche meno appassionata e sognante.

Generazione 56K: fra nostalgia e disagio esistenziale

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Come raccontare l’infanzia e l’età adulta di chi è cresciuto utilizzando le compilation come dichiarazioni d’amore e si ritrova oggi a scegliere potenziali spasimanti attraverso un tap su Tinder? Ci prova Generazione 56K, nuova serie Cattleya realizzata in collaborazione con The Jackal e diretta da Francesco Ebbasta e Alessio Maria Federici, disponibile per tutti gli abbonati a Netflix. L’incontro fortuito fra i due ex compagni di classe Daniel (Angelo Spagnoletti) e Matilda (Cristina Cappelli) dà il via a un racconto che, con lo sfondo di Napoli e dell’isola di Procida, si snoda lungo due diversi piani temporali, concentrandosi non soltanto su come sono cambiati i giovani adulti di oggi rispetto alle loro prime scorribande in amore e sul web, ma anche sull’utopia di conoscere con certezza il proprio posto nel mondo, sempre pronto a sorprenderci con un evento casuale e inaspettato.

A ben vedere, nel cortometraggio dei The Jackal 30 ANNI – il sabato sera, diretto dallo stesso Francesco Ebbasta nel 2016, ci sono già le fondamenta del progetto Generazione 56K. La nostalgia per gli anni ’90 (simboleggiata da Max Pezzali in versione angelo custode), lo smarrimento dei giovani adulti in un mondo che cambia freneticamente, l’attaccamento ai ricordi e agli affetti più cari come unica bussola per l’incertezza che ci avvolge. Non a caso, nel cortometraggio è proprio Pezzali, parte integrante della colonna sonora di Generazione 56K, a citare alcuni degli oggetti il cui nome scatena inevitabilmente un diluvio di ricordi della nostra infanzia. Dove 30 ANNI – il sabato sera riusciva a fare sintesi e a catturare l’essenza degli anni ’90, pur concentrandosi sul disagio esistenziale del presente, Generazione 56K disperde nel corso degli 8 episodi gran parte del proprio potenziale, abbandonandosi progressivamente a risvolti sentimentali tutt’altro che originali.

Gli anni ’90 di Procida

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Non basta mostrare gli anni ’90 per fare sentire gli anni ’90, soprattutto a chi quell’epoca l’ha vissuta sulla propria pelle. Generazione 56K procede invece per accumulo, costruendo sottotrame marginali incentrate su dettagli di quel periodo (le compilation, le VHS, i floppy disk, le prime esperienze con la pornografia digitale) ma mantenendo al tempo stesso i piedi ben piantati nel presente, che segna l’improvviso riavvicinamento di Daniel e Matilda dopo anni di lontananza.

La ricostruzione scenica e scenografica del periodo è ammirevole, grazie anche alla fotografia pastello di Procida, isola fisica e mentale che accompagna la crescita dei protagonisti. Gli anni ’90 non si riflettono però negli adulti di oggi, che ci appaiono come persone completamente diverse dai bambini di 30 anni prima. Anche in questo caso, si procede infatti per labili associazioni di idee, trasformando il piccolo geek Daniel in un lavoratore nell’ambito delle app, insieme agli amici di sempre Luca (Gianluca Fru) e Sandro (Fabio Balsamo), storici volti dei The Jackal intrappolati nei bidimensionali ruoli dell’adulto con sindrome da Peter Pan e dell’uomo responsabile e risolto. Non sentiamo mai l’amicizia ultratrentennale del trio di protagonisti, né avvertiamo il ricordo di Daniel e Matilda nelle rispettive vite, come se gli anni ’90 fossero stati nascosti nello stesso bottiglione dei ricordi che custodisce i sogni dei bambini.

Generazione 56K: verso una seconda stagione?

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

A tratti, la caratteristica vena comica e malinconica dei The Jackal riaffiora nei dialoghi di Generazione 56K, soprattutto quando ci si avvicina ai temi più cari al gruppo, come l’instabilità emotiva e lavorativa dei millennial. È però troppo poco per un progetto che sposta rapidamente il proprio baricentro verso dinamiche sentimentali trite e abbastanza prevedibili, mettendo in secondo piano le atmosfere, le esperienze e i ricordi degli anni ’90. Con immutata fiducia nei confronti di uno dei gruppi comici più originali degli ultimi anni, non possiamo che augurarci che la seconda stagione della serie (più che probabile) riesca a correggere la rotta in questo senso, mettendo in risalto la vera essenza di quei bambini alle prese con gli albori di internet, partiti da Procida ma mai veramente tornati a casa.

Overall
5/10

Verdetto

A dispetto delle buone premesse, Generazione 56K si rivela una serie abbastanza prevedibile e convenzionale, in cui gli anni ’90 sono utilizzati come cornice di dinamiche sentimentali già viste e riviste.

Continua a leggere

Recensioni

Alfredino – Una Storia Italiana: recensione della serie con Anna Foglietta

Pubblicato

il

Alfredino - Una Storia Italiana

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Con queste parole di Giancarlo Santalmassi si concludeva la lunghissima diretta televisiva sull’incidente di Vermicino, scolpita indelebilmente nella memoria di tutti gli italiani, compresi coloro che all’epoca dei fatti non erano nemmeno nati. Uno shock collettivo per un’intera nazione, già segnata dalle stragi degli anni di piombo, costretta ad assistere impotente ai vani tentativi di salvare il piccolo Alfredino, scivolato in un pozzo a 60 metri di profondità. Una tragedia rielaborata da Alfredino – Una Storia Italiana, miniserie Sky in onda il 21 e 28 giugno.

Alfredino – Una Storia Italiana: la rielaborazione di una tragedia collettiva

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Marco Pontecorvo dirige un dramma asciutto e delicato, privo del pietismo che ci si sarebbe potuti aspettare da un racconto del genere e lontano dalla pornografia del dolore in cui sguazza buona parte della televisione contemporanea. Il regista e la produzione compiono una scelta netta e inequivocabile, riducendo al minimo indispensabile la rappresentazione dei momenti più drammatici (non vediamo mai Alfredino nel pozzo e non sentiamo quasi mai la sua voce) e optando per una ricostruzione lucida e precisa non soltanto di quei giorni, ma anche di quelli immediatamente successivi, altrettanto importanti per la storia del nostro Paese. Pochi sanno che è stato proprio a seguito della tragedia di Vermicino che è stata istituita la protezione civile e che da quel maledetto 13 giugno 1981 il Centro Alfredo Rampi ha contribuito a istruire migliaia di persone sul tema della sicurezza, per fare in modo che ciò non avvenga mai più.

Mentre lo sguardo sul bambino è rispettoso, quasi sacrale, Alfredino – Una Storia Italiana compie una critica pungente e mai assolutoria sui molteplici errori commessi in quei tristi giorni, con una profondità da cinema di inchiesta. Nel corso dei 4 episodi che compongono la miniserie, assistiamo infatti inermi, esattamente come gli spettatori di 40 anni fa, alle diverse strategie sbagliate messe in piedi, ai troppi e repentini cambi di direzione e alle tante piccole lotte di potere e fra poteri, che hanno portato solamente a colossali perdite di tempo, in una situazione già disperata. A uscirne peggio in questo senso è soprattutto Elveno Pastorelli, interpretato dal sempre efficace Francesco Acquaroli, in cui si riscontra la tipica vuota spavalderia della classe dirigente italiana, incapace di prendere atto della propria incompetenza su specifiche tematiche, ma troppo orgogliosa per ascoltare i consigli degli esperti, come i giovani speleologi accorsi sul posto.

Ritratto di una nazione

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

A essere messa alla berlina è inoltre un’intera fetta di popolazione italiana, che con la morbosità che ancora oggi provoca chilometri di coda per osservare un incidente sulla corsia opposta dell’autostrada si rende protagonista di azioni inqualificabili, rallentando ulteriormente i soccorsi a causa di ingiustificati assembramenti e veri e propri atti di sciacallaggio. In quei bar che vendevano cibarie a prezzi maggiorati e in quei curiosi giunti sul posto per rubare qualche scatto, è facile riconoscere un modo di pensare e di agire irrispettoso e pressoché immutato, come dimostrano il naufragio della Costa Concordia o il più recente incidente sulla funivia Stresa-Mottarone. Passano gli anni, cambiano le leggi, ma la deplorevole tentazione di speculare sulle tragedie è più attuale che mai.

Il ritratto tratteggiato da Alfredino – Una Storia Italiana non è composto solo da tragedia, inefficienze e malafede. La miniserie vuole essere anche una rielaborazione del dolore, sottolineando i grandi gesti di umanità e altruismo compiuti in quei giorni e soprattutto le cose positive nate dalla tragedia. A commuovere sotto questo aspetto sono il vigile del fuoco Nando Broglio (Vinicio Marchioni), uno dei pochi a instaurare una proficua comunicazione con Alfredino grazie alla loro comune passione per Mazinga, gli speleologi Tullio Bernabei (Daniele La Leggia) e Maurizio Monteleone (Giacomo Ferrara) e la geologa Laura Bortolani (Valentina Romani), tutti pronti a mettere le loro competenze al servizio della missione più importante, quella di salvare una vita umana.

Alfredino – Una Storia Italiana: l’Angelo e il Presidente

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Non poteva poi mancare un cenno all’Angelo di Vermicino Licheri (Riccardo De Filippis), che grazie alla sua gracilità e al suo coraggio è colui che è andato più vicino a salvare il bambino. Anche in questo caso, Marco Pontecorvo avrebbe potuto mettere in scena diverse immagini struggenti, sfruttando i tanti racconti che negli anni ha fatto Angelo Licheri in proposito, ma il regista è rimasto fedele alla sua linea, evitando di spettacolarizzare il dolore.

Anna Foglietta regala una delle prove più difficili e intense della sua carriera, dando la sua interpretazione di Franca Rampi, madre devota e al tempo stesso essere umano dalla dignità incommensurabile, capace anche di fare un passo indietro mettendosi al pieno servizio dei soccorritori, pur non mancano di sottolineare le storture e le problematiche del sistema.

In quel suo sguardo in bilico fra insopportabile dolore e insopprimibile speranza, nello sconforto che leggiamo nel suo volto quando viene accusata di gustare un gelato con il suo bambino intrappolato, quando in realtà stava solo cercando di riprendersi, e nella lucidità con cui la vediamo approcciarsi al Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Massimo Dapporto) per spiegargli il suo punto di vista sulla vicenda, non c’è solo la performance commovente e immersiva di una delle migliori attrici nostrane, ma anche il senso intero del progetto, che vuole evidenziare i ponti di solidarietà e sicurezza costruiti sopra a quel pozzo.

Alfredino – Una Storia Italiana, nel bene e nel male

Ph Lucia Iuorio

Anche dal punto di vista tecnico, Alfredino – Una Storia Italiana è sopra alla media delle produzioni italiani analoghe e stupisce per la cura con cui ricostruisce le atmosfere dell’epoca, cercando il realismo non solo nelle scenografie e nei costumi, ma anche nelle stesse immagini, per le quali si è addirittura fatto ricorso a una telecamera dell’epoca.

Lascia invece perplessi la scelta di mettere in secondo piano una delle componenti più importanti dell’intera vicenda, cioè l’impatto mediatico che l’incidente di Vermicino ha avuto sull’Italia intera, grazie anche a una delle prime dirette televisive non stop della storia della nostra nazione. «Ammesso che ce ne fossero le condizioni, se quel giorno fosse avvenuto un colpo di Stato, la gente avrebbe risposto: “Va bene, però lasciami vedere che succede a Vermicino”», disse in proposito Emilio Fede. Ma l’attenzione collettiva nei confronti del caso filtra solo a tratti in Alfredino – Una Storia Italiana, che sceglie invece di rimanere quasi sempre intorno a quel pozzo, facendoci respirare un lungo saliscendi emotivo, fra fiducia e disperazione.

Marco Pontecorvo sceglie di non mettere la parola fine subito dopo la disgrazia, ponendo l’attenzione anche sul “dopo”. In quella ricerca ossessiva di un capro espiatorio, anche quando il colpevole era un intero sistema, e nella forza d’animo di Franca Rampi, capace di mettere la sua disperazione al servizio di una causa più grande, ci sono i pregi e i difetti di un’intera nazione, abile come poche a costruire sulle macerie. Una storia italiana, nel bene e nel male.

I quattro episodi di Alfredino – Una Storia Italiana andranno in onda su Sky e NOW il 21 e 28 giugno.

Overall
7/10

Verdetto

Alfredino – Una Storia Italiana rielabora lo shock collettivo di Vermicino, mettendo in luce con lucidità e tatto gli errori commessi e le conseguenze dell’evento.

Continua a leggere

Disney+

Loki: recensione in anteprima dei primi due episodi della serie Disney+

Pubblicato

il

Loki

Avevamo lasciato Loki ancora una volta in fuga, dopo aver fortunosamente sottratto il Tesseract agli Avengers al termine della battaglia di New York rivisitata in Avengers: Endgame, costringendo gli eroi a un lavoro extra per recuperare il manufatto. Con il Marvel Cinematic Universe di nuovo ai nastri di partenza dopo la pandemia, ritroviamo il Dio dell’Inganno in Loki, nuova serie Disney+ che porta il suo nome e che vede Tom Hiddleston protagonista assoluto, affiancato da Owen WilsonGugu Mbatha-Raw e Sophia Di Martino. Abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima i primi due episodi della serie, che debutterà il 9 giugno su Disney+, con pubblicazione a cadenza settimanale delle sei puntate totali.

Loki: la nuova serie Disney+, in viaggio nel tempo e nello spazio

Loki

Judge Renslayer in Loki. Photo by Chuck Zlotnick.

Ritroviamo Loki nuovamente prigioniero, stavolta della cosiddetta Time Variance Authority (TVA), organizzazione che opera lungo l’intero arco dello spazio-tempo, con il compito di garantire la stabilità della varie linee temporali. A occuparsi del caso del Dio dell’inganno è Mobius M. Mobius (Owen Wilson), agente dell’organizzazione che mette il temibile fratello di Thor davanti a un bivio dall’esito scontato: essere definitivamente distrutto o aiutare la TVA a riparare ai danni da lui stesso causati. Sfruttando la sua abilità di mutaforma, Loki comincia a viaggiare lungo il tempo e lo spazio, per fermare una minaccia a lui familiare.

Nel corso di un’intervista concessa a Empire, Kevin Feige ha dichiarato che Loki sarà lo show col maggiore impatto sul Marvel Cinematic Universe. Nonostante gli svariati spunti messi in campo da WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, i primi due episodi della serie sembrano dare ragione al direttore creativo dei Marvel Studios, dal momento che fin dai minuti iniziali dello show ci viene descritto con dovizia di particolari il non semplice meccanismo dei multiversi, che sarà alla base del futuro di questo universo narrativo. Partendo da solide fondamenta fantascientifiche, Michael Waldron imbastisce uno show dalle spiccate potenzialità comiche, esaltato da un sempre efficace Tom Hiddleston e dai suoi duetti con Owen Wilson, pienamente a suo agio nel ruolo di spalla. Al tempo stesso, la Marvel percorre la stessa strada già intrapresa da Disney con Crudelia, approfondendo le sfumature caratteriali di uno dei primi villain di questo universo.

L’egocentrismo di Loki come chiave narrativa dello show

Loki

Owen Wilson in Loki. Photo courtesy of Marvel Studios.

L’egocentrismo di Loki diventa chiave narrativa della serie, che scandaglia i principali difetti del villain (uno su tutti, l’atavica inaffidabilità) e al tempo stesso lo umanizza, confermando di fatto l’adagio secondo cui gli antagonisti sono spesso molto più interessanti degli eroi. Quella che inizialmente può apparire come una sorta di rivisitazione in chiave Marvel della celebre serie sui viaggi temporali Quantum Leap (distribuita in Italia con il titolo In viaggio nel tempo) diventa con il passare dei minuti una vera e propria lotta del protagonista contro se stesso, sia in senso letterale (il Dio dell’inganno deve fare i conti con le altre sue emanazioni), sia dal punto di vista metaforico, con Loki forzato a confrontarsi con il suo modo di pensare e di agire in un percorso di presa di coscienza dei propri vizi e delle proprie opacità.

Nel corso della serie, Loki viene spesso chiamato con una parola che negli ultimi tempi sentiamo spesso, e quasi sempre con una connotazione negativa: Variante. I primi due episodi dello show ci mostrano però anche l’accezione più positiva di questa parola, con le svariate trasformazioni del villain che acquistano sempre più spazio all’interno delle dinamiche narrative e che con ogni probabilità, grazie al misterioso personaggio di Sophia Di Martino, diventeranno il fulcro per una riflessione moderna e tutt’altro che banale sull’identità. La variante Loki non è quindi solo un’anomalia temporale da comprendere e gestire, ma anche un essere vivente che muta e si trasforma radicalmente, anche se non ci è ancora dato sapere in quale direzione.

Fra commedia e fantascienza

Photo by Chuck Zlotnick.

Nei primi due episodi di Loki non mancano momenti divertenti, sequenze d’azione di buona fattura e anche qualche momento troppo bizzarro anche per uno show del genere, come la visita a Pompei in occasione dell’eruzione che distrusse la città. Attendiamo inoltre il proseguimento dello show per scoprire di più sui personaggi di Gugu Mbatha-Raw e Richard E. Grant, finora utilizzati col contagocce. Nonostante qualche passaggio a vuoto e le traiettorie ancora imprevedibili del racconto e del suo protagonista, Loki conferma l’altissima qualità delle serie Disney+, ormai colonne portanti del Marvel Cinematic Universe al pari dei progetti cinematografici, che presto torneremo a gustare sul grande schermo.

Overall
7.5/10

Verdetto

I primi due episodi di Loki pongono le basi per uno show in perfetto equilibrio fra commedia e fantascienza, in grado di umanizzare uno dei più temibili villain del Marvel Cinematic Universe.

Continua a leggere
Pubblicità