I delitti del BarLume I delitti del BarLume

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I delitti del BarLume: recensione della terza stagione della serie

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Fra le più interessanti realtà della serialità televisiva italiana degli ultimi anni c’è sicuramente I delitti del BarLume, serie prodotta e trasmessa da Sky e basata sull’omonima serie di romanzi di Marco Malvaldi. Ogni stagione consiste di due episodi di circa 90 minuti di lunghezza, ambientati nell’immaginaria località marittima toscana di Pineta, dove le avventure del gestore di un bar e degli arzilli vecchietti che lo frequentano si incrociano con misteriosi omicidi e con le conseguenti indagini delle autorità. A partire dalla seconda stagione, alla guida della serie c’è Roan Johnson, già apprezzato regista di gradevoli commedie come I primi della listaFino a qui tutto bene e Piuma. Dopo avervi parlato della quinta e della settima stagione de I delitti del BarLume, oggi facciamo un passo indietro, affrontando il terzo ciclo di episodi.

I delitti del BarLume: ritorno a Pineta

I delitti del BarLume

I due episodi che compongono la terza stagione sono Il telefono senza fili e Azione e reazione, entrambi trasmessi a inizio 2016. La squadra è ormai rodata, e Alessandro Benvenuti, che con il suo Emo ha preso il posto dell’Ampelio di Carlo Monni, prematuramente scomparso dopo la prima stagione, è perfettamente integrato nel gruppo dei cosiddetti bimbi, gli spassosi anziani che frequentano il BarLume. Ritroviamo quindi il caratteristico clima dello show, in cui i più cupi avvenimenti convivono con l’abbagliante paesaggio di Marciana Marina nell’Isola d’Elba (location fissa delle riprese) e le dinamiche tipiche del giallo televisivo incrociano il dissacrante umorismo toscano, pilastro della nostra commedia fin dai tempi di Amici miei.

Mentre prosegue il tormentato rapporto fra il cinico e sagace “barrista” Viviani (un sempre efficace Filippo Timi) e la sua audace e grintosa collega Tiziana (Enrica Guidi), assistiamo a due nuovi casi che diventano pane per i denti dell’agguerrito commissario Vittoria Fusco, impersonata come sempre da una delle migliori attrici italiane in circolazione, Lucia Mascino.

Il solito efficace connubio fra comicità e mistero

I delitti del BarLume

Ne Il telefono senza fili, abbiamo a che fare con un supposto sequestro di persona, seguito da un decesso in circostanze sospette. Mentre il caso gioca con la tematica dell’occulto, a prendere il sopravvento è la trama orizzontale, che si concentra soprattutto sul sempre più intricato rapporto fra il Viviani, Tiziana e Vittoria, mantenendo la caratteristica ironia che alimenta I delitti del BarLume. Azione e reazione sposta invece lo scenario del delitto proprio nel BarLume, teatro di un caso di possibile avvelenamento. La conseguente messa in sequestro del locale mette alle strette il Viviani, diviso fra il suo ruolo di aiutante esterno della Fusco e la necessità di prendere decisioni difficili sulla sua vita.

A fare da collante alla stagione, che si chiude con un finale decisamente distruttivo, sono come sempre i bimbi: il già citato Benvenuti, Massimo PaganelliMarcello MarzialiAtos Davini. Esilaranti spalle comiche, ma anche cinici grilli parlanti per il Viviani, sempre più sotto pressione. Anche se non si raggiungono le vette comiche di alcuni episodi delle stagioni precedenti o successive, questa terza stagione adempie perfettamente al suo compito di raccordo fra gli esordi e una seconda fase più matura dello show, dimostrando la solidità raggiunta sia nell’ambito della messa in scena che in quello della scrittura. Inoltre, viene evitato in scioltezza uno dei maggiori pericoli per un progetto come questo, cioè l’adagiarsi su dinamiche che vanno progressivamente logorandosi e su situazioni comiche ripetitive. Come i suoi personaggi, I delitti del BarLume è vitale, leggera e in continua evoluzione.

Overall
7/10

Verdetto

Vista nella totalità del progetto, la terza stagione de I delitti del BarLume appare come un ciclo di raccordo, che accompagna lo show verso una nuova fase mantenendone intatta la caratteristica commistione fra comicità e mistero.

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Bodkin: recensione della serie Netflix

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Bodkin

La passione per il true crime è sempre più dirompente, e la serialità non può fare altro che adeguarsi. Dopo Only Murders in the Building, tocca a Netflix cercare un difficile equilibrio fra questo filone, i gialli che sottende e la comicità, con un impianto narrativo in grado di tenere insieme tutte queste componenti. Arriva dunque nel catalogo della celebre piattaforma di streaming Bodkin, serie in 7 episodi ideata da Jez Scharf e prodotta da Barack e Michelle Obama, già coinvolti nel recente successo di Netflix Il mondo dietro di te. Lo show può contare sulla presenza nel cast di Will Forte (The Last Man on Earth), Siobhán Cullen e Robyn Cara, interpreti di un bizzarro gruppo di giornalisti e podcaster.

Bodkin è il nome di una piccola cittadina irlandese, dove viene spedita controvoglia la giornalista investigativa Dove (Siobhán Cullen), originaria proprio dell’Irlanda e costretta a rinunciare a un importante caso. Qui si trova costretta a collaborare con il celebre autore di podcast Gilbert Power (Will Forte) e con la sua assistente Emmy (Robyn Cara) su una serie di avvenimenti misteriosi e sinistri avvenuti anni prima, che hanno portato addirittura all’interruzione dei festeggiamenti di Samhain, il capodanno celtico alla base delle celebrazioni di Halloween. I due approcci agli antipodi di Gilbert e Dove si scontrano con la piccola comunità locale, restia a scavare fra segreti fino a quel momento ben custoditi.

Bodkin: a caccia di true crime in un’Irlanda misteriosa

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin mette molta carne al fuoco, non solo per i generi, ma anche per quanto riguarda i temi affrontati. Al centro della serie c’è soprattutto il contrasto fra la seriosità e il rigore di Dove e lo spirito più libero e affabile di Gilbert. Due modi opposti di intendere la vita e soprattutto il giornalismo, che riverberano nel corso di tutta la serie. Per Dove infatti i podcast true crime sono poco più che gossip, irrilevanti dal punto di vista giornalistico e irrispettosi da quello morale; Gilbert ribatte invece che questa forma di narrazione gli consente di arrivare a una platea sterminata di persone, appassionandole e favorendo la circolazione di storie e contenuti. Un contrasto perfettamente in linea con il dibattito contemporaneo sull’informazione (il discorso si può tranquillamente allargare ai content creator), che costituisce però uno dei pochi temi veramente a fuoco della serie.

Già in bilico fra mistero e commedia, Jez Scharf farcisce infatti il racconto di diversi altri risvolti, come l’analisi dei costumi e delle tradizioni dell’Irlanda (in cui ha le origini anche Gilbert) e il punto di vista lucido e ravvicinato sui piccolissimi centri urbani, in cui tutti sanno tutto di tutti, anche se molto spesso fingono di non sapere nulla, soprattutto quando si confrontano con i forestieri. Il risultato è un racconto che ondeggia fra troppi registri e altrettante suggestioni, faticando non poco a trovare una sintesi coesa e abbastanza avvincente. Un caos narrativo che si riflette anche sui personaggi secondari, caratterizzati in modo piatto e poco ispirato.

Un umorismo nero poco incisivo

Cr. Enda Bowe/Netflix

A metà strada fra l’ironia dissacrante alla base del già citato Only Murders in the Building e il sinistro fascino dei misteri connessi alle piccole cittadine di provincia, portato al successo da Twin Peaks, Bodkin finisce per non essere fondamentalmente né carne né pesce, anche per la scarsa consistenza del mistero su cui si regge il racconto. I suggestivi scenari irlandesi e i cliffhanger abilmente collocati al termine di ogni episodio attenuano l’effetto di queste lacune, ma si ha più volte la sensazione di trovarsi di fronte a una narrazione eccessivamente diluita e troppo esile per reggere un minutaggio così ampio.

Non aiutano alla resa complessiva neanche le atmosfere magiche dell’Irlanda e le suggestioni ancestrali legate al Samhain, base per diversi riusciti folk horror ma in questo caso sacrificate in nome di personaggi ingenuamente bizzarri e di un umorismo nero che raramente va a segno. I pochi momenti significativi si riducono così alla già menzionata opposizione fra la respingente Dove e lo humour non particolarmente ficcante di Gilbert, che pone interrogativi non banali sui concetti di verità, indagine e narrazione. Troppo poco per una serie che avrebbe potuto lavorare sulle immagini e sulle atmosfere con intensità ben maggiore.

Cr. Enda Bowe/Netflix

Bodkin è disponibile dal 9 maggio su Netflix.

Overall
5/10

Valutazione

Bodkin cerca un difficile ibrido fra mistero, commedia e analisi del giornalismo moderno, dando però vita a una narrazione eccessivamente diluita e con troppa carne al fuoco.

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Baby Reindeer: recensione della miniserie Netflix

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Baby Reindeer

Siamo ormai abituati a vedere serie accompagnate da una massiccia campagna promozionale e dal finto entusiasmo di content creator opportunamente foraggiati, che nella stragrande maggioranza dei casi si rivelano i classici topolini partoriti dalla montagna, destinati a cadere ben presto nel dimenticatoio. A volte capita però di imbattersi in veri e propri gioielli, capaci di parlare al cuore degli spettatori e di diffondersi quasi esclusivamente grazie alla dirompente forza del passaparola. È questo il caso di Baby Reindeer, serie ideata, scritta e interpretata da Richard Gadd sulla base del suo omonimo one man show, ispirato a sua volta a un’amara e inquietante vicenda di stalking di cui è stato vittima. Un tema sempre attuale e purtroppo familiare a molte persone, afflitte dai comportamenti tossici e possessivi di soggetti mentalmente instabili e incapaci di rispettare i limiti imposti dalla civiltà e dal rispetto nei confronti del prossimo.

Nel corso di 7 episodi, ci addentriamo nell’abisso esistenziale di Donny (Richard Gadd), giovane barista che nel tempo libero si improvvisa comico, con risultati scarsi e a tratti imbarazzanti. La sua vita, già segnata da traumi passati e da una turbolenta sfera sentimentale, cambia nel momento in cui conosce l’apparentemente inoffensiva Martha (Jessica Gunning), che entra nel bar di Londra dove Donny lavora per bere qualcosa, dichiarando però di non avere i soldi per pagare. Mosso da comprensione e solidarietà umana, il protagonista le offre una tazza di tè. Quella che inizialmente sembra semplice gratitudine e ingenuo interesse sentimentale da parte di una persona chiaramente sola, si trasforma in una vera e propria ossessione, fatta di valanghe di email sgrammaticate e inopportune, insistenti richieste di incontro e continue irruzioni nella vita privata di Donny, con conseguenze emotive devastanti.

Baby Reindeer: un doloroso viaggio nell’abuso, nel trauma e nello stalking

Baby Reindeer

Thriller come Attrazione fatale e Misery non deve morire hanno tratteggiato in maniera raggelante la violenza fisica e psicologica imposta da una donna nei confronti di un uomo, alimentata pulsioni malsane. Baby Reindeer sembra battere gli stessi territori, per poi tramutarsi in un racconto molto più profondo e complesso, che scandaglia le personalità dei protagonisti da diversi punti di vista, generando emozioni contrastanti e contraddittorie nello spettatore. L’ampio minutaggio garantito dalla dimensione seriale è per una volta provvidenziale, e permette a Richard Gadd di riversare in arte il suo torbido vissuto, con una sincerità e una limpidezza invidiabili.

Quella della “Piccola renna” (nomignolo affibbiato da Martha a Donny, da cui deriva il titolo) non è solo una parabola di paura e dolore, ma anche e soprattutto una lucida riflessione sulla dinamica fra vittima e carnefice, che non è fatta solo di bene e male, ma anche di imperscrutabili zone grigie, in cui il vissuto di ognuno di noi entra prepotentemente in gioco, spalancando la porta a pericoli e sofferenze. Il quarto lacerante episodio di Baby Reindeer offre infatti uno straziante spaccato della vita di Donny prima del suo incontro con Martha, fondamentale per comprendere la sua eccessiva tolleranza nei confronti della sua sinistra spasimante nei momenti iniziali della vicenda. Una digressione narrativa tanto pregevole quanto devastante, che evidenzia la facilità con cui le persone che hanno subito gravi shock possono cedere alle più insidiose lusinghe, faticando enormemente a lasciarsi alle spalle rapporti debilitanti.

Un racconto autobiografico

Baby Reindeer

Con il passare dei minuti e degli episodi, Baby Reindeer sviscera nel dettaglio diversi risvolti della vita di Donny, pressoché incomprensibili se presi singolarmente ma allo stesso tempo fondamentali tessere di un intricato puzzle fatto di violenza, abuso, dipendenza e senso di colpa. Fra le pagine più sconvolgenti c’è sicuramente il rapporto fra Donny e lo sceneggiatore di successo Darrien (Tom Goodman-Hill), una sorta di irraggiungibile modello per un comico fallito come lui, capace però di trasformarsi in temibile minaccia. Di segno opposto è invece il rapporto fra il protagonista e la dolcissima Teri (Nava Mau), donna trans che rappresenta uno dei pochi momenti di luce e speranza nella sua esistenza, vanificato però dal timore di Donny nei confronti di una società retrograda e ancorata a stupidi pregiudizi.

A dominare sugli altri personaggi che gravitano intorno al protagonista è però la formidabile Jessica Gunning, che riesce nel non facile intento di rendere Martha una villain tanto spregevole e respingente quanto fragile. Il percorso tortuoso e tormentato di Donny lo porta a tollerare e addirittura a entrare in empatia con la sua personalità evidentemente malata, in cui la mitomania viaggia di pari passo con l’invadenza e con la più asfissiante possessività. Martha è al contempo donna goffa e impacciata, folle persecutrice, fredda calcolatrice, bugiarda seriale e amante ostinata. Tante facce di una medaglia che si chiama stalking, fenomeno che è necessario comprendere e contrastare, grazie anche alla mediazione culturale offerta da prodotti come Baby Reindeer.

Il finale di Baby Reindeer

Come in Joker, il punto di vista di un comico fallito sulla vicenda non fa che acuire il disagio dello spettatore, costantemente in bilico fra rigetto e profonda empatia per un’esistenza penosa e umiliante. La comicità cercata e quasi mai raggiunta da Donny diventa inoltre fondamentale per uno dei momenti più struggenti di Baby Reindeer, in cui l’esperienza del protagonista è contemporaneamente spunto da stand-up comedy, straziante elemento drammatico e fedele autobiografia dello stesso Richard Gadd. Un cortocircuito fra realtà, finzione e ricostruzione che lascia profondamente scossi, come raramente succede nella serialità contemporanea.

La storia circolare di Baby Reindeer sfocia in un finale emblematico, che non impone allo spettatore un’unica spiegazione ma lascia invece la porta aperta a più possibilità, rimarcando però ancora una volta la stretta correlazione fra la vittima e il carnefice. Il percorso di Donny ci ricorda infatti che chi ha subito un abuso, un trauma o una violenza porta con sé cicatrici invisibili ma tangibili, che se non analizzate e interiorizzate a sufficienza possono portare a un atteggiamento eccessivamente indulgente o addirittura a comportamenti altrettanto pericolosi e violenti. I ripetuti disclaimer con cui Baby Reindeer invita le persone vittime di stalking o abusi a cercare supporto sono in questo senso più importanti che mai.

I riferimenti di Baby Reindeer

Baby Reindeer

Fra espliciti omaggi a Lost (la mail da cui scrive Martha è ma4815162342@yahoo.com) e alla celeberrima scena del burro di Ultimo tango a Parigi (riproposta brevemente con un’inquadratura analoga), Baby Reindeer scava nell’animo dello spettatore, dando vita al dolente racconto di un aspirante Re per una notte che si ritrova all’inferno, vittima di un’esperienza in cui convivono la vergogna, l’ingenuità, la gentilezza e il bisogno di una goccia di amore in un mare di dolore. Un’esperienza da cui chiunque è separato solo da una semplice tazzina di tè.

Baby Reindeer è disponibile su Netflix.

Overall
8.5/10

Valutazione

Baby Reindeer precipita lo spettatore in un inquietante, amaro e indimenticabile viaggio nel contraddittorio rapporto tra vittima e carnefice.

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Briganti: recensione della serie Netflix

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Il filone del crime televisivo italiano, fortificato da prodotti come Gomorra – La serie e i suoi vari epigoni, risente ormai di una saturazione creativa, che costringe a cercare nuove strade e diverse atmosfere, magari attingendo alla storia nostrana dei secoli precedenti. Una necessità e allo stesso tempo una possibilità, colta con perfetto tempismo da Briganti, nuova serie originale Netflix italiana ambientata nel Sud Italia del 1862, scosso dall’Unità recentemente proclamata e protagonista del brigantaggio. Un fenomeno in bilico fra crimine e rivolta, che ha portato bande di uomini e donne a vivere ai margini della società, in aperto contrasto con lo Stato e con i clan rivali.

Alla sceneggiatura troviamo il collettivo del GRAMS*, già coinvolto nei progetti di Baby e Non mi uccidere, ben radicati nel genere e nella cultura italiana. Alla regia troviamo invece Antonio Le Fosse, Nicola Sorcinelli e soprattutto Steve Saint Leger, già coinvolto in serie come Vikings, Vikings: Valhalla e Barbarians. Il risultato è un crime-western in 6 episodi decisamente anomalo per la produzione televisiva nostrana, dalle chiare ambizioni internazionali e con un’impronta moderna, che porta Briganti ad avere 3 personaggi femminili centrali, interpretati rispettivamente da Michela De Rossi, Ivana Lotito e Matilda Lutz (nota per L’estate addosso, Revenge e A Classic Horror Story). Premesse decisamente suggestive, depotenziate però da una sceneggiatura caotica e poco incisiva, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi principali.

Briganti: la nuova serie crime-western italiana di Netflix

Briganti
Cr. Francesco Berardinelli/Netflix © 2024

Al centro della vicenda c’è Filomena (Michela De Rossi), donna di umili origini che dopo aver sensibilmente migliorato la propria condizione decide di fuggire da un matrimonio tossico e infelice. Finisce così per unirsi a un gruppo di briganti e avventurarsi insieme a loro nella ricerca del leggendario oro del Sud. Sulla sua strada, Filomena entra in contatto con altre donne temerarie come Michelina De Cesari (Matilda Lutz) e Ciccilla (Ivana Lotito) e con l’ambiguo cacciatore di taglie noto come Sparviero (Marlon Joubert). Inizia così una guerra fra briganti e fra lo Stato e gli stessi briganti, determinati a ottenere una rivincita nei confronti del neonato Regno d’Italia.

La più evidente qualità di Briganti è il comparto tecnico, dal respiro internazionale e paragonabile per cura della messa in scena e dei dettagli a produzioni statunitensi ben più ricche. Le scenografie e i costumi sono di ottima fattura, ben lontani dallo scarso livello a cui ci hanno abituato le fiction storiche della televisione generalista. Gli scenari pugliesi (le riprese hanno avuto luogo fra Lecce, Melpignano, Altamura e Nardò) sono ben sfruttati in chiave narrativa e si trasformano al tempo stesso in rifugi per i protagonisti e in teatri di scontri particolarmente intensi. Una storia così specifica e locale diventa così paradossalmente un racconto in grado di attrarre spettatori di tutto il mondo, con conseguenze potenzialmente proficue sia per il turismo che per la riconoscibilità internazionale del Sud Italia, vera e propria miniera di scenari suggestivi.

Una sceneggiatura fiacca e poco ispirata

Cr. Francesco Berardinelli/Netflix © 2024

Peccato che l’estrema cura estetica e produttiva non vada di pari passo con la sceneggiatura, che al contrario è fiacca e poco ispirata. La sottotrama più convincente, cioè il cammino personale di Filomena, mal si sposa con l’avventurosa caccia al tesoro che vede coinvolti i vari briganti e con le sfumature misteriose e mistiche di Michelina. Non aiuta alla resa complessiva la bidimensionalità di diversi personaggi, solo parzialmente compensata dal buon lavoro di caratterizzazione sulle protagoniste femminili, vero e proprio motore della serie. Lo stesso quadro del brigantaggio, importante per la storia italiana successiva tanto quanto l’epopea del Far West per gli Stati Uniti d’America moderni, è dato per scontato e affrontato con sfumature eccessivamente revisioniste e idealistiche.

Diventa così difficile entrare in empatia con una storia che fatica ad accendersi, frammentata in troppe sottotrame e con personaggi non abbastanza carismatici da sorreggerle. Diventa così sempre più evidente il filo che lega Briganti alle sopracitate serie crime italiane, ovvero lo sfruttamento in chiave narrativa della criminalità e della violenza, condito da precise tipicità storiche e regionali. Una dinamica che nei casi migliori regala momenti particolarmente riusciti e intensi, in cui riecheggia la gloriosa tradizione degli spaghetti western, ma spesso finisce per ondeggiare pericolosamente verso la romanticizzazione o addirittura l’apologia della malavita. Considerando che all’interno del brigantaggio si possono rintracciare i primi semi di ciò che poi diventerà criminalità organizzata, stride ancora di più la scelta di caricare questi personaggi di ideali positivi.

Briganti: il coraggio e l’ambizione non bastano

Matilda Lutz in una scena di Briganti
Cr. Francesco Berardinelli/Netflix © 2024

Anche se i problemi sopracitati tarpano le ali all’intero progetto, non possiamo che guardare con favore alle recenti produzioni seriali Netflix italiane, dai risultati altalenanti ma accomunate dal desiderio di addentrarsi in territori poco esplorati. Serie come Luna nera, La legge di Lidia Poët, la recente Supersex e la stessa Briganti ci mostrano una serialità nostrana sempre più coraggiosa e ambiziosa, che ha però bisogno di sceneggiature più solide e centrate per lasciare il segno.

Briganti è disponibile dal 23 aprile su Netflix.

Overall
5/10

Valutazione

Briganti si rivela una serie ambiziosa e capace di osare, ma è penalizzata da una scrittura fiacca, caotica ed eccessivamente revisionista.

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