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Pupi Avati a Ravenna per Il Signor Diavolo: “Un film sulla paura del buio, atavica e attuale”

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Durante la rassegna dedicata al cinema di genere, il Ravenna Nightmare Film Festival, nella cornice del Cinema City, Pupi Avati ha presentato il suo nuovo film, Il Signor Diavolo, in una sala gremita e appassionata. Il pubblico di Ravenna ha avuto l’occasione di poter assistere ad una proiezione speciale con un vero maestro del cinema italiano, affiancato dallo scrittore romagnolo Eraldo Baldini e dal direttore artistico del festival letterario GialloLuna NeroNotte Nevio Galeati.

Pupi Avati ha introdotto il suo ultimo film dichiarando che il cinema italiano vive un momento di grande crisi e difficoltà, poiché produce quasi esclusivamente commedie sul presente: “I cast di questi film sono sempre gli stessi”- ha affermato il regista – “e i risultati non sono quei grandi risultati che dava la nostra commedia di costume, ma sono riscontri molto modesti. Oggi il mercato è in mano per l’80% al cinema americano. Quando si guardano le classifiche, molti weekend nei primi 10 posti per incasso, non ci sono film italiani. Succede, ed è tremendo. Quando cominciai a fare cinema io, in Italia si producevano 350 film all’anno, quasi uno al giorno. Film di tutti i generi: drammatici, d’amore, musicali, western, e ovviamente horror, che venivano venduti in tutto il mondo. Improvvisamente, non si è più fatto nulla. Ci si è ridotti a fare questo cinema di commedia, con dinamiche uguali a quelle che trovi a casa tua.”

Il Signor Diavolo

Pupi Avati al Ravenna Nightmare Film Festival

Avati ha poi continuato: “Le cinematografie più evolute, come quella nordamericana, hanno continuato invece a fare film sul futuro, sul passato. Non hanno paura. Quando sono andato a proporre questo film, con la definizione di gotico rurale, o gotico padano, i produttori mi hanno detto di no. Ho avuto ben sette no prima di trovare un distributore che mi finanziasse il film, cioè Rai Cinema insieme a 01 Distribution. Due sere fa ero a Bologna, ieri a Comacchio, stasera qui a Ravenna: trovo sempre sale piene. Cè quindi una potenzialità per questi generi, non è vero che il pubblico italiano li rifiuta. Se confortate me, confortate anche altri miei colleghi ad avere coraggio e a fare film di fantasia, uscendo dai confini angusti di una realtà un po’ triste.”

Dopo questa prima riflessione Avati si è seduto tra il pubblico ed ha assistito alla proiezione accanto ad una platea giovane e affezionata. Dopo il film, accolto in modo entusiastico, Avati si è lasciato andare ad alcune importanti riflessioni sul suo ultimo film e sul contesto socio-culturale in cui è ambientato, ovvero l’Italia dei primi anni ’50, dominata dalla Democrazia Cristiana e da una tradizione contadina fortissima.

Pupi Avati, in tono molto malinconico, ha dichiarato: “Io avverto una sorta di nostalgia per quel periodo, quel periodo buio in cui la Chiesa stessa ha ottenuto la figura carismatica del parroco di campagna. Io nel 1952, in cui è ambientato il mio film, ero già ragazzo, e per motivi bellici sono stato sfollato in campagna. Questa cultura contadina mi ha nutrito, una cultura terrorizzante, in cui si andava a letto in stanze buie. Il Signor Diavolo è – prosegue il regista – un film sulla paura del buio, che è una paura atavica, oggi attuale.”

Il Signor Diavolo

Il Signor Diavolo è al cinema dal 22 agosto

Come in altri lavori di Avati, come ad esempio La casa dalle finestre che ridono, all’interno de Il Signor Diavolo gli uomini di chiesa coprono un ruolo fondamentale, inquietante: “Il prete è depositario di misteri – ha sentenziato Avati – cammina a un’altezza a metà fra terra e cielo. Una volta saliva su quei pulpiti, saliva lassù e ti raccontava cose che andavano oltre Dante Alighieri: l’Inferno, i peccati, la dannazione. Questa educazione ci ha portato ad avere un senso di colpa. Adesso il demonio non è più candidabile, ma non vuol dire che il male non ci sia. Quando sono andato a confessarmi a San Pietro ho detto che sono deluso dal sacramento della confessione, perché confesso sempre i soliti peccati, cioè l’invidia e l’egoismo. Io infatti sono invidioso e dò solo il superfluo, mentre invece il cristianesimo dice che devi dare anche l’essenziale. Il confessore mi ha detto che non avevo bisogno di essere confessato, ma di uno psichiatra.”

Ciò che rappresenta Il Signor Diavolo per il regista è evidente: “L’assunto del film, al di là del buio, è che il male è ovunque. Il male è in noi e in tutti gli altri. Il male è persino nel bambino meno sospettabile. La figura del forestiero Momentè, distante anni luce dai protagonisti, induce identificazione dello spettatore, perché anche lui viene da quel mondo lì. Questi personaggi finiscono sempre male perché mi assomigliano. Io sono un perdente e sono sedotto dagli inadeguati, da chi cerca la felicità ma non la vede mai arrivare. Io ho 80 anni e i miei titoli di coda non sono lontani, quindi posso fare i conti con la mia vita, e mi rendo conto che innanzitutto non ho fatto il film della vita, il che è anche positivo perché mi fa sperare che io lo possa ancora fare. Essere insoddisfatti produce energia. I miei protagonisti sono sempre personaggi con problemi, con grandi sogni che non si realizzano, ma che continuano ad avere fino alla fine.”

Pupi Avati ha continuato a riflettere durante l’incontro con il pubblico sui sogni e sulle aspettative: “La mia fede non è autentica. Io voglio credere, io penso che Dio sia indispensabile perché vedo un livello di ingiustizia così diffuso, non tanto a livello pubblico, ma in persone accanto a me. Io vado in chiesa e prego Dio di esistere, perché non credo più a un’istituzione che possa penetrare in ambiti privati e restituire giustizia, ci vuole qualcuno dall’alto. Io penso che sia profondamente ingiusto privare le persone di aspettative e di sogni. Ai miei ragazzi dico di fare sogni, anche ambiziosi, perché magari non si realizzeranno, ma sarà sempre meglio morire inseguendo un sogno che rassegnarsi al fatto che non succeda niente.”

Il Signor Diavolo

L’incontro di Pupi Avati con il pubblico del Ravenna Nightmare

“Io vedo i miei figli 40enni e i miei nipoti che sono già rassegnati, rinunciatari. Non confidano nel fatto che la vita possa essere qualcosa di orrendo ma anche di straordinario. Io 50 anni fa vedevo bastoncini di pesce. Improvvisamente mi sono trovato a vedere 8½ e sono andato al Bar Margherita a dire a tutti di vederlo. Quando tutti lo videro, dissi: ci proviamo? Ero come Gesù con gli apostoli, stavo facendo la squadra. Quella sera lì è nata una storia. Siamo stati tutti a Piazza Minghetti a prendere nomi dei registi e abbiamo mandato migliaia di lettere, ma non ci ha risposto nessuno. Poi un giorno ho trovato una lettera. L’ho presa e sopra ho visto il mittente più autorevole che si potesse desiderare: Ennio Flaiano. Vado al bar, la apriamo, tiriamo fuori il foglio e c’era scritto: “Non scrivetemi più!”.

Dopo un accenno ai progetti successivi a Il Signor Diavolo, Avati ha commentato i primi incoraggianti risultati del suo film: “La prima sera mi sono arrivati 313 risultati, cioè le 313 sale dov’è il film. Il risultato di ieri sera non era né Il Re leone, né Fast and Furious, ma era il terzo risultato. Ed è un risultato per il quale Rai Cinema stamattina si è congratulata. Ed è la prova che essere così negativi su un genere è un errore. Non soltanto un genere, ma tutti i generi. Evidentemente noi non abbiamo tante tecnologie, però i film “de paura”, con atmosfere, li sappiamo fare. Qui i pochi effetti che ci sono li ha fatti Sergio Stivaletti, con cose molto semplici, e se il film funziona non è certo per quelli. Se noi abbiamo avuto un trasteverino come Sergio Leone che si è inventato il western, con sfrontatezza, vuol dire che possiamo permetterci di essere più coraggiosi e di non ripiegarci sulla commediola.”

Il regista ha concluso l’incontro con il pubblico del Ravenna Nightmare con una toccante riflessione sulla sua vita: “Il Signor Diavolo è una sintesi momentanea. Quando fai un film ci metti dentro tutto quello che hai fatto prima, cominci ad avere nostalgia del passato e a un certo punto dell’ellisse della tua vita, in cui il fisico si indebolisce, i ricordi prendono il sopravvento. La fine dell’ellisse è la vecchiaia, che è misteriosa e affascinante, perché produce la nostalgia della tua adolescenza. Torni ad avere la voglia di essere figlio e tenere per mano i tuoi genitori. Da vecchio percepisco i bambini come non li ho mai percepiti, perché fra un vecchio e una bambino c’è una sintonia profonda: la vulnerabilità. Le persone più vulnerabili sono le migliori. Più uno è vulnerabile, più capisce l’altro. Io sento che invecchiando sono diventato molto più percettivo su tutto ciò che ci circonda. E sento che la fine del mio viaggio si dovrebbe concludere in quella cucina di Via San Vitale 5, dove mi aspettavano i miei genitori per la cena.”

Il Signor Diavolo è al cinema dal 22 agosto distribuito da 01 Distribution.

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È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino rappresenterà l’Italia agli Oscar

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È stata la mano di Dio

Sarà È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino a rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar 2022 per il miglior film internazionale. A rendere pubblica la decisione è la stessa ANICA, rappresentata da una commissione di selezione composta da Alberto Barbera, Nicola Borrelli, Francesca Calvelli, Edoardo De Angelis, Piera Detassis, Andrea Goretti, Benedetto Habib, Federica Lucisano, Paolo Mereghetti, Lucia Milazzotto e Anna Praderio. È stata la mano di Dio concorrerà per la shortlist che includerà i quindici migliori film internazionali selezionati dall’Academy e che sarà resa nota il 21 dicembre 2021. L’annuncio della cinquina di film nominati per la statuetta è previsto invece per l’8 febbraio 2022. La cerimonia di consegna degli Oscar avrà luogo a Los Angeles il 27 marzo 2022.

È stata la mano di Dio in corsa per l’Oscar

Foto di Gianni Fiorito

Fin dal momento della presentazione a Venezia 78, È stata la mano di Dio (questa la nostra recensione) ha riscosso consensi pressoché unanimi, culminati con la conquista del prestigioso Leone d’argento – Gran premio della giuria della rassegna. Il toccante racconto autobiografico di Paolo Sorrentino, esaltato dalle struggenti performance di Toni ServilloTeresa Saponangelo, Luisa Ranieri e Filippo Scotti, ha scaldato il cuore del pubblico e degli addetti ai lavori di tutto il mondo, fattore che potrebbe portare a molte nomination nel corso della prossima stagione dei premi. Questo il commento in proposito di Paolo Sorrentino, riportato dall’Ansa:

È stata la mano di Dio è il mio film più importante e doloroso e sono felice che tutto questo dolore oggi sia approdato alla gioia. Quello di oggi è solo il primo passo e il bello di questa gara è che l’unica competizione al mondo in cui arrivare già tra i primi cinque è una vittoria. Sono felice che il film sia stato selezionato. Ringrazio di cuore la commissione dell’Anica, che ha scelto il mio tra tanti bei film. Ringrazio The Apartment, Fremantle e Netflix per avermi sostenuto. W il cinema italiano.

È stata la mano di Dio sarà nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 24 novembre, per poi arrivare su Netflix il prossimo 15 dicembre.

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Jessica Chastain incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Jessica Chastain

In occasione del lancio del nuovo film che la vede protagonista Gli occhi di Tammy Faye, Jessica Chastain ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021. Come da tradizione della Festa, dopo una breve introduzione relativa al film in cui Jessica Chastain interpreta la telepredicatrice Tammy Faye Bakker, l’incontro si è svolto alternando spezzoni della carriera della protagonista con commenti e pensieri della diretta interessata.

In apertura, Jessica Chastain ha parlato proprio de Gli occhi di Tammy Faye, che la vede coinvolta anche nel ruolo di produttrice:

Jessica Chastain

Sono stata coinvolta nel 2012, mentre stavo facendo l’attività stampa per Zero Dark Thirty. Sono stata colpita dalla storia di questa donna, e volevo darle vita prima ancora di avere una mia casa di produzione, per cui ne ho acquistato i diritti. A me piace essere provocatrice nelle scelte che faccio, volevo ribaltare il tutto, senza discutere di scandali e pettegolezzi ma raccontando invece una storia d’amore. I figli di Tammy sono stati coinvolti, li ho incontrati prima di girare perché pensavo che fossero rimasti feriti e carichi di cicatrici. Volevo che loro sapessero che la mia intenzione non era il trauma umano, ero interessata all’amore. Mi hanno aiutato tantissimo, raccontandomi il profumo della loro mamma e facendomi immergere il più possibile nei loro rapporti. 

Jessica Chastain ha ricordato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, uscito nel 2012:

Jessica Chastain

Amo Kathryn. Per preparare il personaggio di Maya ho fatto tantissima ricerca, è stata un’immersione. Ero da sola, non avevo ancora una famiglia. Avevo riempito tutte le camere d’albergo con le immagini, forse qualcuno ha pensato che fossi diventata matta… e forse era vero. Ho seguito alla lettera lo script, perché la terminologia è molto tecnica e quindi non potevo improvvisare. Ho avuto il grande vantaggio di parlare con la donna che ho interpretato e ho capito come fosse ossessiva, rimanendo scioccata da quanto la CIA facesse affidamento sulle donne già allora. Mi è stato detto che all’epoca hanno capito che c’era un gruppo di donne e bravissime e capaci di guardare il quadro più ampio delle cose. 

Un altro successo di Jessica Chastain è sicuramente 1981: Indagine a New York:

Jessica Chastain

Ogni volta che interpreto un personaggio devo trovare un seme di connessione con cui identificarmi. Anche se è qualcuno lontano da me, come in questo caso, capisco immediatamente se c’è connessione. Anche se devo interpretare una serial killer, devo avere un punto in cui potermi identificare a qualche livello.

Inevitabile una menzione al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life, che la protagonista ha ricordato con tangibile commozione:

The Tree of Life mi commuove perché insegna la bontà, la grazia e anche a diventare un essere umano migliore. Tutte le qualità che ammiro di più, Terry le rappresenta. È il mio film preferito, e nel farlo c’è stato un senso di giocosità e di famiglia. Per me è stato incredibile in termini di recitazione, perché dovevo essere aperta e soprattutto essere umana. È un progetto separato dal resto della mia carriera. Non sembra un film, è più una poesia per immagini. È l’unico mio film che non sono stata in grado di guardare. Mi auguro che quando non ci sarò più, questo sarà il film che la mia famiglia guarderà per sentire la più forte connessione possibile con me.

In conclusione, la star ha parlato anche di Scene da un matrimonio e del suo prossimo lavoro:

Ovviamente, conoscevo e amavo Scene da un matrimonio di Bergman. Amo Liv Ullman, che mi ha anche diretta in un film. Ho letto il suo libro, conosco la figlia. Se me l’avessero proposto come un puro remake in cui interpretare Marianne avrei detto di no, perché c’è una sola Marianne. Visto che si trattava invece di una modernizzazione, ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante: una donna con desiderio sessuale, insicurezza, complicazioni e affetti, tutte cose che la rendono umana.

Sono una persona aperta, io e Oscar Isaac riusciamo a leggerci il pensiero. L’altro giorno siamo stati a un talk show e ancora prima che lui facesse la battuta sapevo che cos’avrebbe detto. Questo continua a sorprendermi. In Scene da un matrimonio avevamo take di 20 minuti, ma c’era tanta fiducia, anche se ci si poteva ferire. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: questo è Oscar o Jonathan? A momenti arrivavamo alle mani.

Il mio prossimo progetto sarà una miniserie su Tammy Wynette, famosa cantante country. Michael Shannon sarà con me, ci conosciamo da più di 10 anni, dai tempi di Take Shelter. Ho trovato interessante che una come me potesse interpretarla, cantando anche le canzoni. Mi piace esplorare il mondo della musica, perché cantare mi fa sentire a disagio, e io voglio sentirmi a disagio. 

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Eternals chiuderà la Festa del Cinema di Roma 2021

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Eternals

Il nuovo film del Marvel Cinematic Universe Eternals avrà l’onore di chiudere la Festa del Cinema di Roma e Alice nella città. Questa nuova epica avventura sarà infatti presentata domenica 24 ottobre, nella cornice dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. A seguire, Eternals arriverà nelle sale italiane mercoledì 3 novembre, distribuito da The Walt Disney Company Italia. Il film è diretto da Chloé Zhao, acclamata regista che con il suo Nomadland ha conquistato l’Oscar per la migliore regia e quello per il miglior film. Chloé Zhao è stata inoltre recentemente nella giuria del concorso ufficiale di Venezia 78.

Eternals chiude la Festa del Cinema di Roma

Eternals è il terzo film della Fase Quattro dell’Universo Cinematografico Marvel, e porta sul grande schermo un’epica storia che abbraccia migliaia di anni e vede protagonisti un nuovo team di Super Eroi immortali, che si trovano costretti a uscire dall’ombra per unirsi contro il più antico nemico dell’umanità, cioè i Devianti. Il cast del film comprende Gemma Chan, che interpreta Sersi, amante dell’umanità; Richard Madden, che interpreta l’onnipotente Ikaris; Kumail Nanjiani, che interpreta Kingo, dotato dei poteri del cosmo; Lia McHugh, che interpreta Sprite, eternamente giovane e al tempo stesso piena di saggezza; Brian Tyree
Henry, che interpreta l’intelligente inventore Phastos; Lauren Ridloff, che interpreta la velocissima Makkari; Barry Keoghan, che interpreta il solitario Druig; Don Lee, che interpreta il potente Gilgamesh. Kit Harington interpreta Dane Whitman, mentre Salma Hayek interpreta la leader saggia e spirituale Ajak e Angelina Jolie veste i panni dell’impetuosa guerriera Thena. 

Il film è prodotto da Kevin Feige e Nate Moore, mentre Louis D’Esposito, Victoria Alonso e Kevin de la Noy sono i produttori esecutivi. Il soggetto è di Ryan Firpo e Kaz Firpo, mentre la sceneggiatura è firmata da Chloé Zhao, Patrick Burleigh, Ryan Firpo e Kaz Firpo. Questo il poster ufficiale di Eternals che, lo ricordiamo, arriverà nelle sale italiane il prossimo 3 novembre.

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