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Netflix: tutte le nuove uscite in arrivo ad aprile 2019

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Con gli avversari del mondo streaming che cominciano ad affilare le armi (proprio due giorni fa Apple ha annunciato il suo esclusivo servizio Apple TV+, che partirà in autunno), Netflix è chiamata a confermare il suo dominio nel settore, proponendo contenuti di qualità che soddisfino diverse fasce di pubblico. Per il mese di aprile, il colosso dello streaming punta forte sui propri prodotti originali, continuando parallelamente a rinnovare il catalogo delle produzioni altrui.

Fra le principali novità per quanto riguarda le serie, spiccano certamente il ritorno de Le terrificanti avventure di Sabrina, con la seconda parte della prima stagione attesa sui nostri schermi per il 5 aprile, e Chambers, nuova serie soprannaturale con protagonista Uma Thurman che debutterà il 26 aprile. Interessanti arrivi anche per quanto riguarda i film originali, con il debutto alla regia di Brie Larson Unicorn Store (5 aprile), il post-apocalittico The Silence (12 aprile) e il nuovo film con Riccardo Scamarcio Lo spietato, che dopo un breve passaggio in sala arriverà su Netflix il 19 aprile. Doveroso inoltre segnalare l’arrivo il 5 aprile del documentario in 8 episodi Il nostro pianeta, incentrato sul fascino della natura e sull’impatto del cambiamento climatico.

Analizziamo nel dettaglio le nuove uscite del mese di aprile su Netflix.

Netflix: le serie originali in arrivo ad aprile 2019

Chambers

Oltre al già citato ritorno della strega Sabrina e al debutto della serie con Uma Thurman Chambers, Netflix ha altre serie originali nel cassetto pronte per il mese di aprile. Arriveranno infatti sui nostri schermi anche il dramma adolescenziale svedese Quicksand (5 aprile), la serie ambientata nell’universo di Z Nation Black Summer (11 aprile), la comedy a tematica LGBT di Ryan O’Connell Special (12 aprile) e la sit-com Ci mancava solo Nick (15 aprile). Ci sarà inoltre il gradito ritorno de L’impero romano, dramma storico di cui vedremo la terza stagione a partire dal 5 aprile.

Netflix: i film originali in arrivo ad aprile 2019

Unicorn Store

Passiamo ai film originali in uscita ad aprile su Netflix, ribadendo la fiducia e l’attenzione nei confronti della Captain Marvel Brie Larson, che farà nuovamente coppia con Samuel L. Jackson nel suo esordio dietro alla macchina da presa Unicorn Store. Oltre ai già citati The Silence con Stanley Tucci e Lo spietato con Riccardo Scamarcio, vi segnaliamo gli arrivi di Chi porteresti su un’isola deserta? (12 aprile), film spagnolo con gli attori di Elite e La casa di carta Jaime Lorente e Maria Pedraza, e delle commedie romantiche The Perfect Date (12 aprile) e Someone Great (19 aprile), che confermano così l’impegno di Netflix nei confronti di questo storico genere cinematografico.

Netflix: i film non originali in arrivo ad aprile 2019

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Netflix continua ad ampliare anche il suo catalogo di film non originali. Questo mese avremo infatti modo di vedere o rivedere nei nostri schermi capolavori come Arancia meccanica (1 aprile) e Psyco (17 aprile), cult come Gran Torino (7 aprile), Boogie Nights (15 aprile), Il curioso caso di Benjamin Button (15 aprile), Il diario di Bridget Jones (17 aprile), Space Jam (28 aprile) e American History X (28 aprile), ma anche recenti successi come Focus – Niente è come sembra (2 aprile), Steve Jobs (1 aprile), Veloce come il vento (7 aprile) e Room (22 aprile). Tanti film di diversi generi e per tutti i gusti dunque, che non fanno che migliorare la nostra esperienza come utenti Netflix.

Netflix: le serie non originali in arrivo ad aprile 2019

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Diamo adesso uno sguardo alle serie tv non originali che rimpolperanno il catalogo di Netflix durante il mese di aprile. La novità principale, almeno dal punto di vista mediatico, è l’arrivo della settima stagione di Suits (16 aprile), ovvero l’ultima partecipazione alla serie della Duchessa di Sussex Meghan Markle. Attesa anche per i ritorni di Gotham (quarta stagione), Z Nation (quinta stagione) e Lucifer (terza stagione), previsti per l’1 aprile, e per quello di The Good Place, con la seconda stagione che approderà su Netflix il 26 aprile. Debutteranno inoltre sulla celebre piattaforma di streaming le serie coreane Persona (5 aprile) e My First First Love (18 aprile).

Netflix: animazione, documentari e show in arrivo ad aprile 2019

Concludiamo il nostro viaggio fra le uscite di Netflix di aprile con tutto ciò che non rientra nelle categorie precedenti, ovvero documentari, show e animazione. Detto della fondamentale uscita de Il nostro pianeta del 5 aprile, è doveroso sottolineare l’arrivo previsto per l’1 aprile di un’altra serie documentaristica dedicata alla Terra, ovvero One Strange Rock. Spazio anche agli show con Kevin Hart: Irresponsible (2 aprile), Ricardo Quevedo: Los amargados somos más (3 aprile) e Francesco De Carlo: Cose di questo mondo (12 aprile). Grande curiosità inoltre per l’arrivo su Netflix di Bear Grylls: sulla scia del film interattivo Bandersnatch, il suo Scuola di sopravvivenza (10 aprile) permetterà agli spettatori di interagire con lo show, condizionandone gli sviluppi.

Terminiamo con l’animazione, che ad aprile potrà contare sull’arrivo delle prime stagioni di Ultraman (1 aprile), Il piccolo grande Bheem (12 aprile) e Rilakkuma and Kaoru (19 aprile).

Tutte le uscite di aprile 2019 su Netflix in ordine cronologico

1 aprile

  • Ultraman (serie animata originale, stagione 1)
  • Arancia meccanica (film non originale)
  • Steve Jobs (film non originale)
  • Lucifer (serie non originale, stagione 3)
  • Gotham (serie non originale, stagione 4)
  • Z Nation (serie non originale, stagione 5)
  • A Bigger Splash (film non originale)
  • One Strange Rock (documentario non originale)

2 aprile

  • Focus – Niente è come sembra (film non originale)
  • Kevin Hart: Irresponsible (show originale)

3 aprile

  • Ricardo Quevedo: Los amargados somos más (show originale)

5 aprile

  • Le terrificanti avventure di Sabrina (serie originale, seconda parte della prima stagione)
  • Unicorn Store (film originale)
  • Il nostro pianeta (documentario originale)
  • Quicksand (serie originale, stagione 1)
  • L’impero romano (serie originale, stagione 3)
  • Persona (serie non originale, stagione 1)

7 aprile

  • Gran Torino (film non originale)
  • Veloce come il vento (film non originale)

10 aprile

  • Revolutionary Road (film non originale)
  • Scuola di sopravvivenza (show originale)

11 aprile

  • Black Summer (serie originale, stagione 1)

12 aprile

  • Chi porteresti su un’isola deserta? (film originale)
  • The Silence (film originale)
  • The Perfect Date (film originale)
  • Special (serie originale, stagione 1)
  • Francesco De Carlo: Cose di questo mondo (show originale)
  • Il piccolo grande Bheem (animazione, stagione 1)

15 aprile

  • Ci mancava solo Nick (serie originale, stagione 1)
  • Boogie Nights (film non originale)
  • Il curioso caso di Benjamin Button (film non originale)

16 aprile

  • Suits (serie non originale, stagione 7)

17 aprile

  • Psyco (film non originale)
  • Il diario di Bridget Jones (film non originale)
  • Che pasticcio, Bridget Jones! (film non originale)
  • American Gangster (film non originale)

18 aprile

  • My First First Love (serie non originale, stagione 1)

19 aprile

  • Lo spietato (film originale)
  • Someone Great (film originale)
  • Rilakkuma and Kaoru (animazione, stagione 1)

21 aprile

  • Training Day (film non originale)
  • Le pagine della nostra vita (film non originale)

22 aprile

  • Room (film non originale)

26 aprile

  • The Good Place (serie non originale, stagione 2)

28 aprile

  • Psycho (film non originale)
  • Zodiac (film non originale)
  • American History X (film non originale)
  • Space Jam (film non originale)
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Scoop: recensione del film Netflix con Gillian Anderson

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Scoop

L’intervista concessa dal duca di York Andrea alla BBC, incentrata sulla sua amicizia con il famigerato Jeffrey Epstein e sul suo possibile coinvolgimento in reati sessuali, è stata indubbiamente uno spartiacque per la famiglia reale britannica. Non tanto per le conseguenze sullo stesso Andrea (a cui la madre Elisabetta ha revocato il titolo di Altezza Reale e i gradi militari), ma perché ha evidenziato lo scollamento totale fra la percezione della corona e l’opinione pubblica, già messa a dura prova dai ripetuti scandali. Una vicenda brillantemente messa in scena in Scoop, film Netflix di Philip Martin con Gillian Anderson, Billie Piper, Keeley Hawes e Rufus Sewell.

Un duello dalle sfumature western (come esplicitamente detto durante il film) fra due istituzioni britanniche, accomunate dagli stessi problemi nella comunicazione. Da una parte la BBC, legata a un giornalismo tradizionale e in difficoltà a mantenere il passo della concorrenza sui vari media; dall’altra la famiglia reale e nello specifico Andrea, intenzionato a riprendere il controllo della narrazione nel maldestro tentativo di ripulirsi l’immagine. Sulla base di Scoops: The BBC’s Most Shocking Interviews from Prince Andrew to Steven Seagal di Sam McAlister, viviamo così la genesi di questa storica intervista, fortemente cercata da lei stessa in qualità di produttrice (impersonata da Billie Piper) e sagacemente condotta da Emily Maitlis (Gillian Anderson, strepitosa come sempre).

Con il passare dei minuti, assistiamo allo sgretolamento delle certezze di Andrea (un mimetico Rufus Sewell) e della sua segretaria personale Amanda Thirsk (Keeley Hawes), incapaci di cogliere l’inefficacia della loro strategia comunicativa su una vicenda a dir poco sinistra, che coinvolge diverse ragazze minorenni all’epoca dei fatti.

Scoop: l’intervista al principe Andrea fra grande giornalismo e pessima comunicazione

Billie Piper in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se l’intervista è ricostruita con dovizia di particolari (le parole ovviamente, ma anche le luci, la scenografia, la postura dei corpi), il cuore di Scoop è rappresentato dal giornalismo. Un giornalismo messo sempre più in crisi dai social, che portano i lettori a diventare parte attiva dell’inchiesta e del dibattito (come sottolinea la stessa Sam McAlister), ma anche e soprattutto dall’aderenza a dinamiche dell’informazione ormai irrimediabilmente superate, responsabili di un progressivo allontanamento da ciò che oggi percepiamo come notizia o utile spunto di approfondimento. Una dinamica che si riflette sulle persone responsabili delle comunicazioni istituzionali, a loro volta legate a protocolli troppo rigidi e a una percezione distorta dei cittadini e del loro spirito critico.

Anche se in prima linea ci sono Andrea ed Emily Maitlis, lo scontro alla base di Scoop è soprattutto fra chi osserva i duellanti da dietro le quinte, ovvero Sam McAlister e Amanda Thirsk. Due donne che non mancano di sottolineare la loro stima reciproca, ma che per la loro diversa sensibilità sulla gestione di questo straordinario evento mediatico finiscono per trovarsi ai lati opposti della storia. Nell’ombra c’è poi una terza figura, cioè la Regina Elisabetta, sempre presente nonostante non sia mai in scena. Una presenza che aleggia sia sulla BBC, che teme una sua ingerenza sull’intervista, sia su Andrea, che al contrario si muove con disinvoltura eccessiva e fatale per il suo percorso all’interno della famiglia reale.

L’autogol della corona britannica

Gillian Anderson in un'immagine di Scoop, nuovo film originale Netflix sulla celebre intervista della BBC al Principe Andrea

Anche se ormai siamo abituati alle catastrofi comunicative, grazie soprattutto al notevole contributo alla causa delle istituzioni italiane, non si può che restare esterrefatti davanti a Scoop. Come è possibile che nessuno fra Andrea e il suo staff abbia compreso l’insostenibilità di una strategia basata sulla totale negazione di fatti ampiamente documentati da foto e testimonianze dirette? Perché durante le varie sessioni di prova per l”intervista (anch’esse mostrate nel film) non si è intervenuto sulla postura del duca di York, sul suo evidente imbarazzo e sulla sua mimica facciale, già da sola in grado di comunicare colpevolezza e disagio? Perché anche davanti all’evidenza nessuno dello staff della più celebre casa reale del pianeta è stato in grado di riconoscere un plateale boomerang a livello comunicativo?

Domande che al di là degli inevitabili capri espiatori sono destinate a rimanere senza risposta, ma testimoniano la differenza di velocità fra un’informazione in rapidissima evoluzione e un apparato politico, diplomatico e istituzionale semplicemente incapace di reggere il passo. Philip Martin, non a caso già alla regia di alcuni episodi di The Crown, riesce a trasformare in pregevole racconto questa dinamica, avvalendosi della sceneggiatura calibrata alla perfezione di Samantha McAlister, Peter Moffat e Geoff Bussetil e di interpreti formidabili, capaci di rendere elementi narrativi e comunicativi i silenzi, le esitazioni, gli sguardi e i più piccoli movimenti del corpo. Il risultato è una sorta di incidente stradale al rallentatore della famiglia reale, ancora più sconcertante perché avvenuto nella più totale trasparenza giornalistica e senza rilevanti scorrettezze da parte della BBC.

Scoop: l’essenza della notizia

Scoop si inserisce nella scia di opere come Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere, Frost/Nixon e Il caso Spotlight, ricordandoci il ruolo del giornalismo come da cane da guardia del potere e l’essenza della notizia, cioè tutto ciò che per qualcuno non deve essere raccontato. Lo fa con un racconto compatto e inappuntabile dal punto di vista tecnico, che per una volta non ha bisogno di atti coraggiosi o di artifici retorici, ma si limita a mostrare con lucidità e chiarezza la mediocrità di certi uomini di potere, talmente sicuri di se stessi da non accorgersi neanche dei loro atti più autodistruttivi.

Scoop è disponibile dal 5 aprile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

La storica intervista al principe Andrea rivive in un film Netflix dalla scrittura intelligente e dal formidabile comparto attoriale, in un inno al buon giornalismo e alla comunicazione efficace.

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Ripley: recensione della serie Netflix con Andrew Scott

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Ripley

Fin dalla sua nascita letteraria dalla penna di Patricia Highsmith nel 1955, il personaggio di Tom Ripley ha tracimato nel cinema e nella televisione. Lo ha fatto già nel 1956, con un episodio della serie Westinghouse Studio One, poi nel 1960 in Delitto in pieno sole di René Clément (in cui il celebre assassino è interpretato da Alain Delon) e soprattutto ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, film del 1999 con Matt Damon nel ruolo di Ripley e Jude Law in quello di Dickie Greenleaf, capace di trarre il massimo beneficio dalle location italiane e dalle sfumature più torbide del racconto. Un successo tale da stimolare anche l’adattamento di altri libri della serie di Patricia Highsmith ne Il gioco di Ripley di Liliana Cavani e Il ritorno di Mr. Ripley di Roger Spottiswoode, non altrettanto validi.

Arriviamo dunque al presente e nello specifico a Ripley, nuova miniserie Netflix in 8 episodi ideata da Steven Zaillian (sceneggiatore vincitore dell’Oscar per Schindler’s List – La lista di Schindler e autore degli script di altre opere come Gangs of New York, American Gangster e The Irishman) e con protagonista Andrew Scott nella parte dell’iconico assassino. Un progetto che arriva sulla scia di un rinnovato interesse per il crime (vero e fittizio) e del successo di Saltburn di Emerald Fennell, che in molti hanno associato alla parabola delittuosa di Ripley. Uno show dal notevole impatto visivo, girato in un elegante bianco e nero e in una riuscita commistione fra dialoghi in inglese e in italiano (apprezzabile da chi fruisce della serie in lingua originale), con il contributo di interpreti nostrani del calibro di Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley: l’assassino nato dalla penna di Patricia Highsmith rivive nella nuova serie Netflix

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Ci troviamo negli anni ’60, quando il truffaldino newyorkese Tom Ripley viene ingaggiato col compito di riportare a casa Dickie Greenleaf (Johnny Flynn), giovane rampollo che sta sfogando le sue velleità artistiche in una lussuosa villa sulla costiera amalfitana, in compagnia di Marge Sherwood (Dakota Fanning). Una volta giunto sul posto, Ripley scopre la bellezza di vivere nella comodità e nello sfarzo, per giunta a spese di altri. Nel tentativo di prolungare questo stato di grazia, l’uomo stringe un rapporto sempre più malsano e ossessivo con Dickie, che sfocia nel sangue. Ha così inizio una lunga serie di imbrogli, inganni e delitti, disseminati in diverse località italiane.

Steven Zaillian aderisce al romanzo di Patricia Highsmith, limitandosi a poche variazioni e ad alcune scelte di cast in ottica maggiormente inclusiva, prendendosi tempo per sviscerare ogni passaggio del racconto originale e compiendo un notevole lavoro sulla forma, che non si limita all’esaltazione degli scenari italiani, ma abbraccia la musica nostrana e la scenografia degli interni, fondamentale per alcuni snodi narrativi. Il risultato è spiazzante, soprattutto se paragonato alla fluidità e alla compattezza dell’adattamento di Minghella. La macchiettistica Italia da cartolina del film del 1999 (evidente in scene come l’esecuzione di Tu vuò fà l’americano in compagnia di Fiorello) lascia spazio a una rappresentazione altrettanto artificiosa, che spazia fra il neorealismo e le atmosfere felliniane. Questo all’interno di una cornice narrativa ipertrofica, che dilata a dismisura scene e dialoghi alla ricerca della suspense hitchcockiana, con risultati non sempre all’altezza delle ambizioni.

L’estetica di Ripley

Cr. Courtesy of Netflix © 2024

Allo stesso tempo, l’ampio minutaggio (siamo intorno alle 8 ore totali) consente a Steven Zaillian e Andrew Scott di scavare nella psiche contorta e inquietante di Tom Ripley, che con il passare dei minuti e con il progredire degli eventi sprofonda sempre più nell’abisso. Un ritratto umano ancora più disturbante in quanto in marcato contrasto con la bellezza che lo circonda, impreziosita dalla suadente voce di Mina e dalla bellezza e genuinità dell’Italia degli anni ’60, fermata nel tempo dalla fotografia in bianco e nero di Robert Elswit, fedele collaboratore di Paul Thomas Anderson e premiato con l’Oscar per il suo lavoro ne Il petroliere.

Nonostante gli sforzi e il pregevole lavoro sull’oggettistica e sulle opere d’arte (evidente il parallelo fra Tom e il Caravaggio da lui amato), Ripley cade nello stesso problema comune a gran parte della serialità recente, ovvero la mancanza di sintesi e di coesione, resa possibile dallo spazio illimitato garantito dallo streaming. La diluizione della discesa agli inferi del protagonista non porta a un maggiore spessore ma anzi ne limita l’efficacia, appesantendo inutilmente il racconto. In questo senso è ancora una volta impietoso il paragone con Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, capace di racchiudere l’intero arco narrativo in 139 minuti e con l’aggiunta dell’apporto di Jude Law, molto più carismatico di Johnny Flynn nella parte di Dickie Greenleaf.

L’importanza della sintesi

Ripley
Cr. Courtesy of Netflix © 2024

«Non leggi un romanzo in due ore. Ci vogliono otto ore, dieci ore, dodici ore – e ho sentito che avrei cercato di creare il ritmo e la bellezza della narrazione di quel libro in questa forma», ha dichiarato Steven Zaillian a margine di una proiezione di Ripley a New York. Parole rispettabili e figlie di un maestro della scrittura, che entrano però in contrasto con l’arte del racconto audiovisivo, capace di condensare in immagini decine di pagine. Pur apprezzando la cura e la ricerca estetica di questo nuovo adattamento, decisamente superiore alla media della serialità moderna, resta la sensazione che un maggiore controllo in fase di scrittura avrebbe probabilmente giovato a un racconto comunque suggestivo e avvolgente, ma non sempre avvincente.

Ripley è disponibile su Netflix dal 4 aprile.

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The Beautiful Game: recensione del film con Bill Nighy e Valeria Golino

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The Beautiful Game

Il cinema ha più volte affrontato il potere salvifico dello sport e in particolare del calcio, capace di dare a chiunque una seconda possibilità e di trasformare nel giro di poco tempo un gruppo di sconosciuti in una famiglia, in cui ogni elemento è disposto a sacrificarsi per il bene della squadra. Fuga per la vittoria, Sognando Beckham, i progetti italiani di Matti per il calcio e il recentissimo Chi segna vince hanno saputo raccontare tutto questo, con storie e registri diversi, facendo del calcio un’appassionante metafora del riscatto e della rivincita. Una dinamica in cui si inserisce perfettamente The Beautiful Game, nuovo film originale Netflix liberamente ispirato al progetto Homeless World Cup, che da oltre 20 anni organizza un vero e proprio mondiale fra nazionali composte interamente da calciatori senzatetto.

La cineasta britannica Thea Sharrock (Io prima di te, L’unico e insuperabile Ivan) dirige un’opera tutt’altro che perfetta ma comunque importante, che evidenzia come lo sport possa aiutare a superare barriere sociali, culturali ed economiche. Al centro della vicenda c’è la nazionale senzatetto inglese, impegnata nei preparativi per la nuova edizione della Homeless World Cup ospitata da Roma. Per rinforzare la squadra, il carismatico e abilissimo osservatore Mal (Bill Nighy) mette gli occhi su Vinny (Micheal Ward), talento cristallino e irrequieto. Pur riluttante, quest’ultimo accetta di prendere parte alla manifestazione e vola a Roma (che in realtà non ha mai ospitato l’evento) insieme al resto della squadra, composta da un’umanità variegata e tormentata. Seguiamo così la fase finale di un torneo tanto bizzarro quanto combattuto, condotto con sicurezza e comprensione da Gabriella (Valeria Golino), fra imprevisti e colpi di scena.

The Beautiful Game: rivincita e riscatto nella Homeless World Cup

The Beautiful Game

La Homeless World Cup era già stata raccontata nel film sudcoreano Dream, anch’esso disponibile su Netflix, ma in questo caso la regista e lo sceneggiatore Frank Cottrell Boyce hanno la valida intuizione di allargare lo spettro del racconto a elementi delle altre nazionali della competizione, pur mettendo sempre al centro dei riflettori la squadra inglese. Scelta che permette a The Beautiful Game di toccare diverse tematiche (le molestie, i conflitti bellici) e di raccontare tante storie incastonate nella storia principale del torneo, come del resto avviene nella realtà durante i veri mondiali di calcio, ineguagliabili incroci di culture diverse e delle più disparate parabole esistenziali e sportive.

Siamo nel campo del cinema sportivo più popolare possibile, in un progetto nato anche e soprattutto per porre l’attenzione su questa lodevole competizione sportiva, che nel corso degli anni ha aiutato centinaia di atleti o aspiranti tali a credere di nuovo in se stessi e a rilanciare le loro vite. Questo porta inevitabilmente ad alcune semplificazioni narrative, nonché a messaggi importanti e condivisibili affrontati in modo eccessivamente didascalico. Il dolore dei calciatori è solo sfiorato e assistiamo a un prevedibile trionfo dei buoni sentimenti, dell’inclusività e del fair play, nella cornice della solita Roma da cartolina, con tanto di gita alla Fontana di Trevi.

L’importante non è vincere ma partecipare

L’importante non è vincere ma partecipare, e The Beautiful Game coglie pienamente questo spirito, creando empatia nei confronti dei tanti piccoli traguardi da raggiungere per le varie nazionali e dando vita a una storia di sport tutt’altro che scontata nello svolgimento e nella conclusione, grazie anche alla possibilità del “prestito” di un giocatore eliminato per le squadra che avanzano nel torneo. Il livello amatoriale della competizione e il campo di dimensioni ridotte consentono inoltre a The Beautiful Game di essere abbastanza credibile dal punto di vista tecnico e agonistico, pur con qualche comprensibile forzatura e con l’inevitabile enfasi su alcuni virtuosismi dei protagonisti.

A fare la differenza, fuori dal campo, è il solito strepitoso Bill Nighy, che come ha dimostrato in I Love Radio Rock è semplicemente perfetto nella parte dello strambo leader di un gruppo di strambi, capace di mantenere sempre eleganza e aplomb. Il suo Mal è in delicato equilibrio fra commedia e dramma, fra grinta e rimpianto, ma è purtroppo appesantito da una sottotrama vagamente sentimentale con il personaggio di Valeria Golino, che nulla aggiunge al potere edificante di questa storia di vita e sport.

The Beautiful Game: il potere salvifico del calcio

The Beautiful Game

The Beautiful Game scivola comunque senza intoppi o particolari guizzi verso un epilogo non scontato, che ha il merito di trasformare un intero torneo di perdenti in un gruppo di persone vincenti e protagoniste, almeno per un giorno. Mentre sui titoli di coda scorrono immagini e risultati della vera Homeless World Cup, risuona così il qualunquista e ipocrita adagio «Ma sono solo 22 scemi che corrono dietro a un pallone», mai come in questo caso falso e irrispettoso nei confronti di chi, anche solo per una volta, ha cercato di dimenticare sfortuna e problemi attraverso il calcio.

The Beautiful Game è disponibile dal 29 marzo su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Thea Sharrock firma un film sportivo non esente da difetti e ingenuità, sorretto dal solito spumeggiante Bill Nighy e dallo spirito della vera Homeless World Cup, che nel corso degli anni ha dato sollievo e conforto a centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo.

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