Spider-Man: No Way Home Spider-Man: No Way Home

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Spider-Man: No Way Home, via al multiverso nel nuovo trailer!

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Dopo una spasmodica attesa, alimentata dallo stesso protagonista Tom Holland sul suo profilo Instagram, è finalmente online il nuovo trailer di Spider-Man: No Way Home, film fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe. Come si evince da questa sontuosa anteprima, il film diretto da Jon Watts farà deflagrare il concetto del multiverso all’interno del franchise, permettendo così l’incontro fra personaggi appartenenti a universi differenti. Accanto a Holland, ci saranno così Zendaya, Marisa Tomei e Jacob Batalon, ma anche Alfred Molina nei panni di Dottor Octopus e Jamie Foxx in quelli di Electro, da loro già interpretati rispettivamente in Spider-Man 2 di Sam Raimi e in The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro di Marc Webb. In attesa di scoprire se anche Tobey Gaguire e Andrew Garfield faranno parte del progetto, vediamo cosa ci aspetta.

Spider-Man: No Way Home, il nuovo trailer

Questa la sinossi ufficiale del film:

Per la prima volta nella storia cinematografica di Spider-Man, viene rivelata l’identità del nostro amichevole eroe di quartiere, ponendo le sue responsabilità da supereroe in conflitto con la sua vita quotidiana e mettendo a rischio coloro a cui tiene di più. Quando chiede l’aiuto del Dottor Strange per ripristinare il suo segreto, l’incantesimo apre uno squarcio nel loro mondo, liberando i più potenti nemici mai affrontati da uno Spider-Man in qualsiasi universo. Ora Peter dovrà superare la sua più grande sfida, che non solo cambierà per sempre il suo futuro, ma anche quello del Multiverso.

Spider-Man: No Way Home arriverà nelle sale italiane il prossimo 15 dicembre, distribuito da Sony Pictures Italia.

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Hawkeye: recensione dei primi due episodi della serie Marvel

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Hawkeye

Il 2021 del Marvel Cinematic Universe, che si è aperto con WandaVision e si chiuderà con Spider-Man: No Way Home, ci ha portato tanti progetti diversi per atmosfere e tematiche, soprattutto sul piccolo schermo. La sontuosa serie con Elizabeth Olsen era essenzialmente una toccante riflessione sull’elaborazione del lutto, The Falcon and the Winter Soldier apriva a svariate analisi geopolitiche e sociali, mentre Loki e What If…? spalancavano la porta al multiverso, fondamentale per il futuro del franchise. Dal 24 novembre, approda su Disney+ Hawkeye, nuova miniserie in 6 episodi con protagonisti Jeremy Renner e Hailee Steinfeld, che ci fa compiere un deciso salto in avanti nel tempo: dal 2023 di Avengers: Endgame al 2025.

Un lasso di tempo in cui il mondo ha cercato di metabolizzare i due schiocchi di Thanos e Tony Stark, ricorrendo anche alla mitizzazione degli stessi Avengers, protagonisti di cosplay lungo le strade e addirittura di musical di Broadway. Proprio durante una di queste rievocazioni ritroviamo Clint Barton, il Vendicatore meno soggetto al divismo, nonché quello che fra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame aveva avuto la parabola umana più tortuosa e tormentata, con la scomparsa e la successiva riapparizione di tutta la sua famiglia, il suo temporaneo passaggio al lato oscuro, nelle vesti del killer Ronin, e la perdita della più cara amica Natasha Romanoff, sacrificatasi su Vormir per permettergli di conquistare la Gemma dell’Anima.

Un uomo che porta con sé tutto il dolore patito negli ultimi anni, ma che sta cercando faticosamente di ritrovare la propria pace interiore, godendosi qualche giorno di vacanza insieme ai suoi amati figli, ignaro del fatto che il passato sta per bussare di nuovo alla sua porta.

Hawkeye: passato e futuro della Marvel in una miniserie action a sfondo natalizio

Hawkeye

Photo by Chuck Zlotnick

Sulla strada di Occhio di Falco arriva Kate Bishop (una convincente Hailee Steinfeld), giovane ribelle e scapestrata la cui vita è cambiata bruscamente proprio durante la battaglia di New York vista in The Avengers, durante la quale Clint Barton si è distinto per coraggio e destrezza con il suo fidato arco. Da bambina altolocata, Kate ha dovuto infatti confrontarsi con un doloroso lutto e con un’improvvisa situazione di pericolo, crescendo poi nel mito di quel supereroe che, sprezzante del pericolo, abbatteva nemici con le sue frecce dai tetti della Grande Mela. Nel mondo post Thanos, Kate è una ragazza immatura e dal carattere difficile, che sogna di diventare a sua volta arciera, nonostante la madre (Vera Farmiga) e la sua nuova fiamma la spingano verso uno stile di vita più opulento e borghese.

L’operato di una pericolosa cospirazione criminale porta Kate a destreggiarsi pubblicamente col costume di Ronin, attirando inevitabilmente l’attenzione di Clint. Gli eventi portano così a un’improvvisata alleanza fra l’ex Avenger, che osserva con un misto di astio e rammarico la fama e la popolarità dei suoi compagni, e una sua potenziale allieva, che lo sprona a imbracciare nuovamente l’arco e a proteggere nuovamente il mondo da un’inaspettata minaccia.

Con Hawkeye, l’unico degli Avenger originali che non aveva ancora avuto un progetto dedicato può prendersi la luce dei riflettori, in un curioso mix di azione sullo sfondo del Natale (che riporta inevitabilmente alla mente Die Hard), commedia e buddy movie, che potrebbe avere profonde ripercussioni sul futuro del Marvel Cinematic Universe.

I fantasmi del passato

Photo by Mary Cybulski

Nel corso dei due episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Hawkeye si concentra soprattutto sulla caratterizzazione della new entry Kate Bishop. Hailee Steinfeld mette in scena un personaggio complesso e stratificato, che nonostante la sua estrazione sociale ama sporcarsi le mani, anche a costo di imbattersi in gravi pericoli. Il contrasto con il taciturno e diffidente Clint Barton è il terreno dal quale nascono diversi siparietti comici ma anche la pietra angolare su cui imbastire un rapporto che nelle prossime puntate potrebbe deflagrare in molteplici direzioni.

Mentre i protagonisti si annusano a vicenda, sottotraccia i registi Rhys Thomas e Bert e Bertie delineano la minaccia con cui si scontreranno. Fra vecchie e nuove conoscenze, sullo sfondo si staglia l’ingombrante presenza della Yelena Belova di Florence Pugh, letale sorella adottiva di Natasha che abbiamo già visto in azione in Black Widow, convinta che dietro la morte della Vedova Nera ci sia proprio Occhio di Falco. Un Avenger disilluso e logoro contro due giovani rampanti, decise per motivi diversi a prendersi la ribalta insieme a lui. Nei prossimi episodi di Hawkeye ci sarà sicuramente da divertirsi, grazie anche alla presenza di Lucky the Pizza Dog, cane privo di un occhio fidato compagno di Clint e Kate nelle loro avventure.

Hawkeye: ci sarà una seconda stagione?

Hawkeye

Photo by Mary Cybulski.

Il nostro giudizio su Hawkeye è inevitabilmente condizionato dalla visione incompleta della nuova serie Disney+. A fronte di due protagonisti ben caratterizzati e con una buona alchimia reciproca, non possiamo dire altrettanto dei personaggi secondari di Vera Farmiga, Tony Dalton e Brian d’Arcy James, sempre defilati e con motivazioni e personalità ancora poco chiare. I prossimi episodi ci diranno se con Hawkeye siamo di fronte a una nuova trave portante del Marvel Cinematic Universe, con una possibile prosecuzione per una seconda stagione, o davanti a un progetto suggestivo e ricco di spunti, ma fondamentalmente dimenticabile.

Overall
7/10

Verdetto

I primi due episodi di Hawkeye ci mettono di fronte a un progetto potenzialmente intrigante, ma che troverà la propria voce solo nel prosieguo della miniserie. Una coppia di protagonisti ben affiatati, nonostante siano agli antipodi per storia, carattere ed estrazione sociale, è il punto di forza di un racconto che può diventare fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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Sweat: recensione del film di Magnus von Horn con Magdalena Kolesnik

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Sweat

Le nuove professioni legate ai social network ci hanno portato nel giro di pochissimo tempo a essere letteralmente sommersi da influencer e celebrità del web. Anche se non sempre ce ne accorgiamo, durante ogni nostra visita a Instagram scorrono senza sosta le imprese di personalità influenti nei più disparati settori che, attraverso la loro costante presenza sui social e la creazione continua di contenuti, capitalizzano il loro seguito. Il cinema si è approcciato a queste persone in modo incostante, peccando talvolta di superficialità o incanalando la narrazione nei toni più rassicuranti della commedia, come nel caso di Genitori vs influencer. Con il suo Sweat (disponibile in Home Video e on demand), Magnus von Horn compie un’operazione decisamente più raffinata, addentrandosi dietro le quinte delle immagini luccicanti e ovattate che vediamo su Instagram e scavando in un abisso di solitudine e frustrazione.

Sweat: dietro le quinte della vita di un’influencer

Sweat

Sylwia Zająć (una strepitosa Magdalena Kolesnik) è una influencer di fitness, che quotidianamente intrattiene i suoi 600.000 follower con il suo sorriso smagliante e la sua innata simpatia, dando loro consigli su come raggiungere e mantenere la perfetta forma fisica. Come sempre accade però, non è tutto oro quel che luccica. In un video condiviso sui social, Sylwia mostra tutti i suoi punti deboli, confidando ai fan la sua profonda solitudine e sottolineando il disagio che prova nel non avere una relazione sentimentale stabile. È l’inizio di una spirale discendente (in netta contrapposizione al suo successo sui social e in TV), che la porta in breve tempo a vivere un forte imbarazzo all’interno del suo nucleo familiare e ad essere tormentata da un inquietante stalker che si apposta continuamente sotto casa sua.

Sweat mostra il lato oscuro dell’influencer, evidenziando tutte le criticità di questo mestiere. Con un cromatismo spinto, che enfatizza l’illusoria rappresentazione di Sylwia, il regista si sofferma sulla totale assuefazione della protagonista per il mezzo che utilizza per lavoro, sottolineando a più riprese l’ossessione di condividere continuamente nuovi contenuti, la spinta che riceve per mostrare sempre la parte più solare di sé e la sua innata capacità di trasformare in oro anche le più banali parole. Interessante infatti notare che Sylwia non dà nessun consiglio concreto ai propri follower in tema di fitness, ma si limita invece a spronarli con semplicissimi inviti a dare il meglio di se stessi, che grazie al naturale carisma dell’influencer diventano contenuti preziosi e apprezzati.

Un fittizio rapporto interpersonale, che von Horn mette alla berlina con la lucida e pungente sequenza in cui una fan di Sylwia, abituata a ricevere da lei continui aggiornamenti sulla sua esistenza, si sente in diritto di fare altrettanto, raccontando aspetti particolarmente personali della sua vita all’esterrefatta influencer.

Il parallelo fra influencer e regista

Sweat

Anche se Sweat non fa nessuno sconto al mondo delle influencer, l’intento del regista non è tanto quello di ridicolizzare questa professione, quanto piuttosto di evidenziare il contrasto fra la vitalità e il divismo che sprizzano da certi profili e la malinconia da cui sono avvolte queste persone nella vita reale. Fondamentali in questo senso sono le sequenze che vedono coinvolti i parenti di Sylwia e lo stalker che la tormenta. Da una parte, la famiglia della protagonista la trasforma in un oggetto, proprio come fanno i suoi follower, riproducendo in televisione le sue lezioni di fitness, interrogandola su dettagli ininfluenti della professione e addirittura minimizzando la minaccia portata da uno sconosciuto che si apposta incessantemente sotto casa sua. Dall’altra, è proprio con lo stalker, distrutto dopo un pestaggio, che Sylwia ha il rapporto più umano di tutta la sua esistenza, pur mantenendo le distanze da una persona socialmente pericolosa.

Proprio come un regista cinematografico, Sylwia crea una narrazione, scegliendo cosa mostrare allo spettatore e veicolando emozioni per fini commerciali e di intrattenimento. Sweat si insinua nella frattura fra realtà e fantasia, mostrando il controcampo dello smartphone (o della macchina da presa) e diventando di conseguenza anche una metafora valida per ogni tipo di artista, fuori e dentro il web, costretto a dividersi quotidianamente fra verità e rappresentazione. L’epilogo circolare suggella un’opera intensa e vibrante, che arriva nel momento giusto e ha il pregio di restituire allo spettatore un ritratto, mai addolcito o distorto, di una professione con cui conviviamo ogni giorno ma della quale sappiamo ancora troppo poco.

Overall
8/10

Verdetto

Magnus von Horn ci consegna il ritratto pungente e mai consolatorio di un nuovo mestiere che in pochi conoscono approfonditamente, tratteggiando un desolante ritratto umano che non si dimentica facilmente.

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