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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano
Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.
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La tomba delle lucciole: recensione del film di Isao Takahata
Un ritorno su La tomba delle lucciole, il capolavoro di Isao Takahata e dello Studio Ghibli sulle conseguenze della guerra in Giappone.

La tomba delle lucciole è un film d’animazione scritto e diretto da Isao Takahata, cofondatore del celeberrimo Studio Ghibli insieme ad Hayao Miyazaki. Il film è stato distribuito per la prima volta in Giappone il 16 aprile 1988, in contemporanea a un’altra amata pellicola dello Studio Ghibli, ovvero Il mio vicino Totoro, dai toni decisamente più rassicuranti e consolatori. A causa della presenza di immagini particolarmente forti e della straziante tematica di fondo, ovvero le conseguenze dei bombardamenti americani sul Giappone sul finire della Seconda Guerra Mondiale, La tomba delle lucciole è generalmente considerata un’opera più adatta agli adulti che ai bambini, ma chiunque dovrebbe scoprire o riscoprire questa vera e propria pietra miliare della storia del cinema, tanto dolorosa quanto necessaria a comprendere e ricordare la realtà della guerra.
Kōbe, 21 settembre 1945. A seguito della resa incondizionata del Giappone, atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, la città e l’intera nazione stanno facendo i conti con gli strascichi lasciati dal più sanguinario conflitto della storia dell’umanità. All’interno della stazione ferroviaria, un ragazzo di nome Seita si accascia al suolo, spirando nell’indifferenza generale. In un prato illuminato dalla luce delle lucciole, lo spirito di Seita si ricongiunge con quello di una bambina, ovvero la sorella Setsuko. In un lungo flashback, La tomba delle lucciole racconta l’amara e struggente storia dei due fratelli, fuggiti dai bombardamenti di Kōbe alla ricerca della salvezza e di un futuro migliore.
La tomba delle lucciole: il neorealismo d’animazione di Isao Takahata

La tomba delle lucciole è tuttora una delle pellicole più infelici e dolorose della storia del cinema d’animazione (e non solo), nonché il più fulgido esempio della poetica di Isao Takahata, genio alla pari del più celebrato Miyazaki, che ci ha lasciati nell’aprile del 2018, a pochi giorni di distanza dal trentesimo compleanno del suo capolavoro. Fin dai primi secondi del racconto, che ci lasciano senza speranza dichiarando apertamente la morte di Seita (La sera del 21 settembre 1945 io morii), veniamo trascinati in un vortice di miseria e disperazione, messo in scena con la crudezza e la semplicità tipiche del grande cinema neorealista italiano, con cui La tomba delle lucciole condivide anche l’ambientazione storica.
Le immagini di uno dei bombardamenti più crudi e realistici del cinema animato si fondono con desolanti sequenze che ne mostrano le conseguenze più visibili, con corpi smembrati, cadaveri putrefatti e una malsana pioggia nera, e quelle meno evidenti ma altrettanto funeste, come la carestia e le crescenti tensioni sociali. La narrazione indugia inoltre sul progressivo inaridimento della popolazione, stretta fra un orgoglioso quanto inefficace nazionalismo e l’indifferenza per un prossimo visto non come un fratello da aiutare, ma come un concorrente in una battaglia per le poche risorse disponibili, che non avrà né vincitori né vinti.
La commovente parabola di un Giappone annientato fisicamente e spiritualmente

In un contesto così mesto e angoscioso, Isao Takahata costruisce un vero e proprio miracolo cinematografico, che sa essere al tempo stesso favola e dramma familiare, pugno nello stomaco e dolce carezza, sofferente racconto e delicato lirismo. La storia di Seita e Setsuko non si dimentica facilmente, e scava inesorabilmente un solco nel cuore dello spettatore. I due fratelli non sono soltanto l’immagine di un Giappone annientato fisicamente e spiritualmente, ma testimoniano l’insensatezza e l’ignominia della guerra, con il suo strascico di drammi silenziosi e dimenticati.
In un dibattito culturale contemporaneo sempre più polarizzato e tendente all’eccesso in positivo o in negativo, ci si sente quasi in colpa a utilizzare un termine troppo spesso abusato come capolavoro. Difficile d’altra parte usare un termine differente per descrivere questa pellicola splendida e allo stesso tempo terribile, che rimesta nella tragedia e nella morte per mettere in scena un racconto profondo e universale, in cui amore e dolore si stringono in una soave e macabra danza, accompagnati da immagini di rara forza evocativa e da una colonna sonora memorabile, che a tratti diventa un personaggio a sé stante, prendendoci per mano in un viaggio nella più ingiusta e insopportabile sofferenza.
L’istinto di sopravvivenza visto dal lato più cinico e crudele

Con un racconto asciutto e mai patetico, nonostante la serietà dei temi trattati, La tomba delle lucciole narra quella che è sostanzialmente la disperata fuga di Seita e Setsuko da un’ineluttabile morte, costellata da eventi emblematici, che sottendono concetti più ampi e universali. Nel corso del loro cammino, i fratelli fortificano infatti il loro rapporto, con Seita costretto a una prematura maturità nell’orgoglioso e per certi versi presuntuoso tentativo di provvedere alla salvezza sua e della sorella, e con la piccola Setsuko al contempo alle prese con la sua infanzia perduta, con la fame che la affligge e la morte che la circonda, nonostante i commoventi tentativi del fratello di proteggerla dall’orrore che li coinvolge.
Particolarmente significativo l’incontro di Seita e Setsuko con una zia austera e imperialista, che in nome di un orgoglio difficilmente comprensibile per gli occidentali non esita a fare sentire i due ragazzi dei pesi morti, accelerando di fatto la loro tragica fine. Non da meno lo scontro del ragazzo con alcuni contadini, reo di aver rubato del cibo nel disperato tentativo di migliorare le condizioni della sorellina, sempre più debole e denutrita: l’istinto di sopravvivenza mostra qui il suo lato più cinico e crudele, con degli uomini adulti pronti a malmenare un ragazzo affamato all’insegna del più classico mors tua vita mea.
La tomba delle lucciole: perché le lucciole muoiono così presto?

Non mancano inoltre sequenze di struggente poesia, esaltate da una fotografia dai colori pastello che contribuisce a creare un’unica e ineguagliabile atmosfera di favola costruita sulla morte. Fra le tante, impossibile non citare l’emblematica morte dello sciame di lucciole che danno il titolo al film, con la semplice e innocente domanda di Setsuko (Perché le lucciole muoiono così presto?) che racchiude al suo interno l’intero significato del racconto, o l’apparentemente marginale scatola di caramelle, utilizzata sia come materializzazione dell’amore e dell’istinto di condivisione e reciproco aiuto dei due fratelli, sia come mezzo con cui proiettare e ricordare la loro straziante storia, dimenticata fra gli edifici di una città costretta ad andare avanti e a ricostruire sulle macerie.
Difficile non trattenere le lacrime nelle fasi conclusive de La tomba delle lucciole, con quell’indimenticabile grazie sussurrato dall’ormai flebile voce di Setsuko che risuona come un monito a non dimenticare quanto accaduto e quanto accade ogni giorno in ogni angolo del mondo, e con un suggestivo finale, che in compagnia delle immancabili lucciole chiude perfettamente il cerchio del racconto, ponendosi di diritto fra le migliori sequenze della gloriosa storia dello Studio Ghibli.
La tomba delle lucciole: un film più attuale che mai

A quasi 40 anni dalla sua uscita, La tomba delle lucciole è un monito più attuale che mai, insuperato incontro fra le atmosfere favolistiche tipiche del cinema d’animazione e la più cupa e lacerante ricostruzione storica. Un capolavoro (lo ripetiamo) della Settima Arte, che senza mai indorare la pillola ci sbatte in faccia il dolore e la sofferenza causati ogni giorno dall’uomo e dai suoi più bassi istinti, riuscendo al tempo stesso a costruire una toccante e commovente parabola del ricordo e dell’amore fraterno.
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Home Video: 5 film in arrivo a dicembre da CG Entertainment con Blue Swan Entertainment
CG Entertainment distribuirà le edizioni Blue Swan Entertainment: dal 3 e dal 17 dicembre American Sweatshop di Uta Briesewitz, Penny Lane Is Dead, Little Lorraine con Stephen Amell, Salvando Bella e Il signore del vento.

CG Entertainment ha siglato un accordo di distribuzione con Blue Swan Entertainment: le edizioni saranno curate direttamente da Blue Swan, mentre CG ne seguirà la distribuzione nei punti vendita, negli store online e sul proprio store CGTV.it. I primi cinque titoli frutto dell’intesa arrivano il 3 e il 17 dicembre e coprono thriller, horror, avventura e cinema per famiglie: un perimetro di genere dichiaratamente rivolto al grande pubblico, diverso da quello d’autore che caratterizza il grosso del listino mensile del distributore fiorentino.
Il titolo più noto del primo gruppo è American Sweatshop – Guarda fino alla fine, esordio alla regia di Uta Briesewitz, direttrice della fotografia e regista televisiva di lungo corso. Il film è stato presentato al SXSW 2025 ed è interpretato da Lili Reinhart e Daniela Melchior: il racconto segue una moderatrice di contenuti che, dopo aver visionato un video violento, si lascia trascinare in un’indagine personale. Sul versante horror arriva Penny Lane Is Dead, opera prima dell’australiana Mia’Kate Russell, ambientato negli anni Ottanta e costruito attorno a una festa tra amiche che degenera; la regista viene dal reparto trucco ed effetti speciali, e il film è accreditato di una lavorazione in gran parte artigianale.
Completa il gruppo del 3 dicembre Salvando Bella, avventura per famiglie di Anton Bogdanov ispirata al salvataggio degli animali dello zoo di Leningrado durante l’assedio iniziato nel 1941, una vicenda reale a lungo rimasta ai margini della memoria della città.
Dal 17 dicembre è la volta di Little Lorraine, esordio di Andy Hines nato dallo sviluppo di un videoclip e presentato al Toronto International Film Festival 2025: ambientato in un villaggio di pescatori della Nuova Scozia travolto dal traffico internazionale di cocaina, schiera Stephen Amell, Sean Astin e, al debutto come attore, il cantante J Balvin. Chiude Il signore del vento di Igor Voloshin, biografia d’avventura dedicata alla circumnavigazione del globo in mongolfiera compiuta nel 2016 dall’esploratore Fyodor Konyukhov, interpretato da Fyodor Bondarchuk.
Programmazione completa
Dal 3 dicembre
- American Sweatshop – Guarda fino alla fine di Uta Briesewitz — edizione Blue Swan Entertainment, distribuzione CG Entertainment
- Penny Lane Is Dead di Mia’Kate Russell — edizione Blue Swan Entertainment, distribuzione CG Entertainment
- Salvando Bella di Anton Bogdanov — edizione Blue Swan Entertainment, distribuzione CG Entertainment
Dal 17 dicembre
- Little Lorraine di Andy Hines — edizione Blue Swan Entertainment, distribuzione CG Entertainment
- Il signore del vento di Igor Voloshin — edizione Blue Swan Entertainment, distribuzione CG Entertainment
Le uscite sono annunciate per i principali punti vendita e per gli store online, oltre che per lo store cgtv.it.
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Carrie: recensione della serie Prime Video

Fra i tanti autori che si sono cimentati con la complessa opera di adattamento di Stephen King, Mike Flanagan è sicuramente colui che ha dimostrato più spesso di comprendere pienamente le sfumature dell’universo del Re, al punto da riuscire anche a tradirlo rimanendo al contempo fedele allo spirito della pagina scritta. Lo abbiamo visto con Il gioco di Gerald, difficilissima trasposizione distribuita su Netflix di una delle opere più intime del Re; con Doctor Sleep, sottovalutata escursione nei territori di Shining sulla base del sequel dello stesso King; persino in The Life of Chuck, con Tom Hiddleston al centro di una suggestiva riflessione sul senso dell’esistenza. In attesa della luce verde per il suo sospirato progetto su La torre nera, c’era dunque grande aspettativa per Carrie, serie Prime Video creata proprio da Flanagan e basata sul romanzo che ha permesso a King di farsi conoscere e apprezzare.
Per una volta, l’aspettativa è stata pienamente ripagata. Flanagan riesce infatti non soltanto nell’intento di adattare in un arco di 8 episodi uno dei romanzi più esili di King (meno di 200 pagine), ma lo fa traslandone nella contemporaneità temi e dinamiche, con invidiabile lucidità e rara profondità. Le umiliazioni e i risvolti più feroci dell’adolescenza si spostano così sui social, insieme alle più inquietanti derive dei genitori. Tutto questo mentre Carrie resta fedele alla visione kinghiana, confermandosi archetipo delle ragazze represse in ambito familiare e scolastico, già esplorato da Brian De Palma con Carrie – Lo sguardo di Satana e dai successivi adattamenti per piccolo e grande schermo. Un’opera talmente consapevole e centrata da potersi permettere di allargare il campo, strizzando l’occhio a un possibile universo televisivo delle opere del Re e lasciando la porta aperta per una seconda stagione, puntualmente confermata pochi giorni fa.
Carrie: un riuscito adattamento seriale di Mike Flanagan

Al centro della vicenda è dunque anche in questa versione Carrie White (Summer H. Howell), che dopo la morte del padre viene iscritta al liceo dalla madre Margaret (Samantha Sloyan), integralista religiosa che per anni ha segregato la figlia fuori dal mondo, dalla società e dalla contemporaneità, rendendola inconsapevole di molte informazioni fondamentali per la sua adolescenza. La serie rimarca inoltre fin dai primi minuti ciò che lettori e spettatori degli altri adattamenti già sanno, ovvero che le continue vessazioni da parte dei coetanei sono deflagrate durante il ballo scolastico, in una mattanza scatenata proprio dall’esasperata Carrie e dai suoi prodigiosi poteri telecinetici. La serie lavora quindi in flashback, mostrandoci come si è arrivati a quell’esplosione di rabbia e aprendo a inaspettati risvolti della vicenda.
Non mancano le scene iconiche delle precedenti versioni: il drammatico momento delle prime mestruazioni della sconvolta Carrie, accompagnato dalle vessazioni delle sue coetanee; i confronti sempre più aspri fra la protagonista e la madre, spiazzata e intimorita dalla ritrovata libertà della figlia; la scoperta dei poteri telecinetici della ragazza, alimentati dalla rabbia e dallo sconforto; il tragico scherzo del sangue di maiale, lanciato addosso a Carrie proprio nel momento in cui sogna di lasciarsi definitivamente alle spalle un’infanzia di privazioni e bugie. Ma oltre a ciò che ci aspettiamo c’è molto altro, come una dolente rappresentazione della società occidentale e in particolare dei suoi ragazzi, in balìa di un bullismo che non passa più soltanto dal branco, ma anche e soprattutto dai social e dalla facilità con cui si può rendere virale ciò che lede la serenità e la stabilità altrui.
Un quadro sociale desolante

Flanagan non allunga il brodo ma estende l’universo kinghiano, dando maggiore spazio sia ai personaggi già noti sia a quelli creati ad hoc per la serie. A beneficiarne è soprattutto Margaret White, che grazie anche all’ottima prova di Samantha Sloyan (che non fa rimpiangere né Piper Laurie né Julianne Moore) mantiene i suoi risvolti più sinistri e grotteschi ma si apre anche inaspettatamente al mondo esterno, sfruttando proprio i social per proporre le proprie idee e conservatrici e rivelandosi anche una sorprendente ancora di salvezza per la stessa Carrie in una disputa con Chris Hargensen (Alison Thornton) e la sua disastrata famiglia. Ma nel quadro tratteggiato da Flanagan non c’è salvezza per nessuno, a partire da insegnanti poco incisivi nonostante le buone intenzioni, passando per famiglie tossiche e prevaricatrici e arrivando agli stessi adolescenti, pronti a nascondersi dietro l’anonimato per ferire gli emarginati o per guadagnare un briciolo di popolarità. Tutti contro tutti, mentre divampano le proteste studentesche e Carrie cerca invano il suo piccolo posto al sole.
Non manca qualche ridondanza di temi e dinamiche, ma nel complesso ciò che Flanagan apporta a Carrie è molto di più di ciò che toglie in termini di puro orrore. Come i Fedeli Lettori di King sanno, la paura e il paranormale non sono il fine, ma un mezzo con cui scandagliare gli anfratti più cupi, contraddittori e dolorosi dell’animo umano. Più discutibile è la svolta conclusiva impressa dall’ideatore della serie, ritenuta da molti poco fedele allo spirito del romanzo originale e colpevole di strizzare eccessivamente l’occhio a Stranger Things e in particolare alla celeberrima Eleven. A prescindere da ciò che ci racconterà la prossima stagione sul finale e sui nuovi personaggi coinvolti, non va però dimenticato che è lo stesso romanzo a suggerire che Carrie possa essere parte di un nucleo più ampio di persone dotate di poteri paranormali, e che è la stessa Carrie ad aver influenzato chiaramente i fratelli Duffer nella creazione del loro show più conosciuto e apprezzato.
Il sorprendente cast di Carrie

Ancora una volta, Flanagan trova nella serialità la sua dimensione ideale, dopo gli eccellenti risultati ottenuti su Netflix con The Haunting, Midnight Mass e La caduta della casa degli Usher. Il susseguirsi degli episodi e le base kinghiane non diventano infatti un limite, ma al contrario una tavolozza su cui l’autore può riflettere sulla contemporaneità, evidenziandone storture e limiti, ma anche gli aspetti positivi, sotto forma di improvvisi sprazzi di umanità e gentilezza all’interno di un quadro altrimenti sconfortante. L’adolescenza si conferma così età di passioni ed emozioni, ma anche di sconvolgimenti e traumi, come lo stesso King ci ha più volte raccontato meglio di ogni altro.
In chiusura, un doveroso plauso agli interpreti e più in generale al casting, funzionale a un adattamento moderno. A brillare è soprattutto Summer H. Howell, che diverge per registri e sfumature dall’iconica prova di Sissy Spacek, ma riesce a essere ugualmente incisiva e suggestiva; a condividere lo schermo con lei ci sono però interpreti altrettanto capaci come l’ambigua Josie Totah (ne sentiremo ancora parlare), la diabolica Alison Thornton e l’eterea Thalia Dudek. Preziose tessere di un puzzle umano che continua ad affascinarci e a spaventarci, anche in questa nuova emanazione traslata ai giorni nostri ma radicata nelle nostre più profonde paure e sofferenze.

La prima stagione di Carrie è disponibile su Prime Video.


