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Possible Love: recensione del film di Lee Chang-dong
L’amore è una lotta di classe. Michela Murgia lo sapeva e lo aveva trasformato in materia di studio, visto che ai drama coreani dedicò un ciclo di conferenze, acute e irresistibilmente divertenti, in cui prendeva in mano le trame dei k-drama più famosi e di quelli rimasti ai margini, le smontava pezzo per pezzo e ne tirava fuori autentiche lezioni di educazione sentimentale. Il motivo sta in un principio che il cinema coreano, e con lui la serialità, e quindi chiunque scriva, pensi, adatti e porti sullo schermo una storia, ha assimilato meglio di altri, ovvero che non si mette in scena ciò che nella realtà non esiste, o ciò che nella realtà non occupa il posto centrale che la finzione vorrebbe assegnargli.
Possible Love: amore e lotta di classe

Una delle regole di fondo delle sceneggiature coreane dice proprio che se non fai i bambini non puoi rappresentare mamme. Detta così pare un’ovvietà, in verità è una logica molto meno diffusa di quanto si creda. Guardando soprattutto le serie, in Corea si nota che i bambini compaiono pochissimo, e compaiono poco perché nella vita reale nascono poco. Rappresentarli in abbondanza tradirebbe quel patto con la realtà che ogni narrazione, per una questione minima di aderenza al vero, dovrebbe onorare. Il ragionamento vale per tutte le figure che abitano un’opera, per i protagonisti che ne riempiono lo spazio. Quanta borghesia, quanta ricchezza, quanti appartamenti e quante esistenze immotivatamente agiate e lussuose affollano, per esempio, il nostro cinema? Moltissime. E quanto proletariato, quanti operai, quanta miseria, quanta ingiustizia, quante questioni di classe e di politica trovano spazio? Quasi nessuna. Da questo punto di vista la Corea è avanti di anni luce, e il nuovo film di Lee Chang-dong, Possible Love, lo dimostra con una raffinatezza rara.
Ho-seok ha perso il lavoro da poco e con il lavoro sembra aver perso anche la presa sulla propria vita. Accanto a lui c’è Mi-ok, sua moglie, che invece ha un ottimismo tutto suo e non lo abbandona mai. I due accettano di diventare i soggetti di Ye-ji, una documentarista decisa a realizzare un film sulle lotte sindacali. Ma per filmarli davvero Ye-ji deve entrare nella loro quotidianità, e ci entra sempre più a fondo, trascinandosi dietro il marito Sang-woo, imprenditore attraente e benestante. Più i mondi delle due coppie si sovrappongono, più si allargano le crepe che entrambi i matrimoni nascondono.
Un film sul desiderio e sulle sue molteplici forme

Selezionato in Concorso a Venezia 83, Possible Love affonda le mani nelle crepe della società sudcoreana e in ciò che sopravvive del conflitto di classe in un paese consegnato, senza troppe illusioni, al capitalismo. Il racconto ruota attorno alla collisione tra due mondi che paiono non avere nulla in comune. Da una parte c’è Ye-ji, regista affermata, sempre impeccabile, elegante e sinuosa, con accanto un marito che incarna una ricchezza esibita come fosse un diritto naturale. Dall’altra ci sono Ho-seok e sua moglie Mi-ok, la cui esistenza è scandita da fatica, sfruttamento, turni di lavoro e dal fantasma del licenziamento.
Dopo No Other Choice di Park Chan-wook e Parasite di Bong Joon-ho, la Corea si conferma la cinematografia che con maggiore costanza sta consegnando allo schermo opere grandi nell’ambizione, capaci di mettere a nudo disuguaglianze politiche, sociali ed emotive, pulsioni profonde, lacerazioni collettive e traumi che restano sotto la superficie. Possible Love è però anche, e forse soprattutto, un film sul desiderio nelle sue molteplici forme: sentimentale, sessuale ma anche sociale, economico. I personaggi desiderano esistenze, dimore, cose che non sono loro, luoghi che non abitano, corpi che non possiedono. E l’avvicinamento tra due dimensioni così lontane, l’alta borghesia e la classe operaia, è condannato a schiantarsi contro la realtà.
Ogni volta che Ye-ji entra in casa di Ho-seok e Mi-ok porta con sé molto più di una videocamera, porta una posizione sociale, un’intenzione, uno sguardo. C’è poi una questione che Lee Chang-dong non pronuncia mai ad alta voce e che lascia lavorare sottopelle per tutto il film, ed è quella che ogni autore benestante alle prese con la povertà altrui è costretto prima o poi ad affrontare: chi guarda chi e con quale prezzo per chi viene osservato e raccontato. Lee Chang-dong non ha mai raccontato la classe come sfondo, come dato sociologico messo lì a certificare la serietà dell’operazione. L’ha sempre raccontata come una forma del sentimento, come qualcosa che decide da chi ci lasciamo toccare, di chi ci fidiamo, che cosa siamo disposti a chiamare desiderio.
Possible Love: amare qualcuno che sta dall’altra parte

L’attrazione di Mi-ok per Sang-woo rappresenta il momento in cui una donna che ha tenuto in piedi la propria casa con le sole forze dell’ottimismo si accorge che esiste un altro modo di stare al mondo, un modo in cui non bisogna resistere a niente, in cui le cose semplicemente accadono. Ed è proprio l’assenza di fatica, più che il fascino dell’uomo, a sedurla. Dall’altra parte del confine la simmetria è perfetta e altrettanto crudele. Ye-ji e Sang-woo hanno tutto ciò che a Ho-seok e Mi-ok manca, ma il film suggerisce che l’abbondanza abbia svuotato il loro matrimonio nello stesso modo in cui la precarietà sta svuotando l’altro.
Le crepe non nascono dall’incontro tra le due coppie, erano già lì; l’incontro le rende semplicemente visibili. Il risultato è un film che parla di lotta di classe e che parla d’amore diffidando di ogni versione consolatoria. Le due cose, alla fine, coincidono: amare qualcuno che sta dall’altra parte è possibile soltanto nel modo in cui è possibile tutto ciò che la realtà concede a chi non ha potere, cioè a caro prezzo e senza garanzie.
Torniamo al principio da cui eravamo partiti. Possible Love è sia una storia d’amore che una storia di lotta di classe, e allo stesso tempo una preziosa lezione di educazione sentimentale, quella in cui i sentimenti non galleggiano in un vuoto pneumatico ma pesano quanto pesano i conti da pagare, i lavori persi, le case che si possono o non si possono permettere. Il cinema coreano continua a mettere in scena ciò che esiste e pulsa in maniera insindacabile sotto l’epidermide della realtà. Il nostro, nel frattempo, continua a domandarsi perché le sue storie d’amore sembrino tutte uguali, e forse la risposta è proprio lì, nella quantità di realtà che abbiamo deciso di lasciare fuori dall’inquadratura.
Possible Love arriverà su Netflix il 6 novembre.
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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen
Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.
L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.
Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.
I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.
Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.
Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.
Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.
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Clayface: il trailer dell’horror thriller DC con Tom Rhys Harries
Clayface, l’horror thriller DC Studios diretto da James Watkins con Tom Rhys Harries, arriva al cinema dal 22 ottobre con Warner Bros. Pictures.

Dai DC Studios arriva Clayface, horror thriller diretto da James Watkins con Tom Rhys Harries nel ruolo di uno dei villain più riconoscibili dell’universo criminale di Gotham City. Il film sarà al cinema dal 22 ottobre 2026 distribuito da Warner Bros. Pictures.
Il trailer ufficiale di Clayface
Questa la sinossi ufficiale del film:
La fulminea ascesa di Matt Hagen, da ragazzo di strada di Gotham a celebre star di Hollywood, viene tragicamente interrotta quando le azioni di un boss della criminalità locale lo lasciano orribilmente sfigurato. Abbandonato dal suo entourage e senza più nulla da perdere, Matt si sottopone a un trattamento all’avanguardia che, miracolosamente, gli restituisce il suo aspetto… ma finisce anche per compromettere la sua percezione della realtà, trascinandolo in una spirale di vendetta sempre più distruttiva.
Il cast e la produzione
Accanto a Harries nel cast figurano Naomi Ackie, David Dencik, Max Minghella ed Eddie Marsan, insieme a Nancy Carroll e Joshua James. Watkins dirige da una sceneggiatura di Mike Flanagan e Hossein Amini, da un soggetto dello stesso Flanagan, basato sui personaggi DC.
Il film è prodotto da Matt Reeves, Lynn Harris, James Gunn e Peter Safran per la 6th & Idaho, con Michael E. Uslan, Chantal Nong Vo, Lars P. Winther, Rafi Crohn e Paul Ritchie come produttori esecutivi. Il team creativo comprende il direttore della fotografia Rob Hardy, lo scenografo James Price, il montatore Jon Harris e il costumista Keith Madden; le musiche sono di Volker Bertelmann.
Clayface sarà al cinema dal 22 ottobre 2026 distribuito da Warner Bros. Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

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Il Ministero dell’Amore: il teaser trailer del film con Pif e Corrado Guzzanti
Il Ministero dell’Amore, il film Prime Original con Pif e Corrado Guzzanti diretto da Ciarrapico e Vendruscolo, arriva su Prime Video dal 18 dicembre: ecco il teaser.

Prime Video ha diffuso il teaser trailer e il poster de Il Ministero dell’Amore, il nuovo film Prime Original scritto e diretto da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo (autori di Boris), interpretato da Pif con Corrado Guzzanti, Pietro Sermonti, Angela Finocchiaro e Alessandra Mastronardi.
Il teaser trailer di Il Ministero dell’Amore
Questa la sinossi ufficiale del film:
Aldo (Pif) è un brillante cronista parlamentare che passa le sue giornate nel caos della politica romana, ignaro che la vera crisi stia per esplodere dentro di lui. Nel suo mondo interiore, infatti, i sentimenti diventano una questione di Stato e un singolare Consiglio dei Ministri governa ogni sua decisione attraverso decreti emotivi e leggi dell’anima. Quando la storia d’amore con Claudia (Alessandra Mastronardi) inizia a vacillare, il “Governo Aldo” precipita nella sua più grande crisi.
Il cast e la produzione
Tratto dalla pièce teatrale Stare meglio oggi di Giacomo Ciarrapico, il film vede nel cast anche Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Federico Cesari, Leonardo Lidi, Cristina Pellegrino, Daniele Natali, Luca Amorosino, Giampiero Judica, Lucio Patanè, Thomas Trabacchi, Ninni Bruschetta, Fabio Balsamo e Andrea Pennacchi. È coprodotto da Amazon MGM Studios e da Claudio, Federico e Jacopo Saraceni per Ideacinema.
Il Ministero dell’Amore sarà presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public e sarà disponibile in esclusiva su Prime Video in tutto il mondo dal 18 dicembre.


